Concerti

Recensione Afterhours Padova Sherwood Festival 6 luglio 2012

Al concerto allo Sherwood Festival gli Afterhours hanno alternato pezzi storici con circa una decina di brani dell’ultimo album Padania in un crescendo che esplode nel finale (con sorpresa). Ecco la recensione.

Recensione-Afterhours-Padova-Sherwood-Festival-6-luglio-2012Padova, 6 luglio, Sherwood Festival. Sono quasi le nove di sera, il cielo è nero e minaccioso e c’è veramente poca gente nel piazzale dello Sherwood per il concerto degli Afterhours. D’altronde, è tutto il giorno che il tempo non dà tregua, con un vento tipo “bora” che complica ulteriormente le cose: in molti avranno pensato ad un rinvio per maltempo. Anche la produzione non sa che fare: i teli sono ancora lì che coprono  le apparecchiature dalla pioggia; brutto segno, il live rischia di saltare. Invece, in due minuti, manco fossimo ai tropici, le nuvole se ne vanno, il vento si placa e sulle nostre teste torna il sereno. I tecnici se ne accorgono e cominciano a correre a destra e sinistra allestendo il palco a tempo di record. Ora la piazza si sta riempiendo, e la gente continua ad affluire velocemente (3 mila persone per l’organizzazione). Spariscono i teli e compaiono gli strumenti, tutto è pronto, il concerto può incominciare (guarda le foto).

Si apre subito con due braniMetamorfosi e Terra di nessuno,  tratti dal loro ultimo lavoro Padania – per molti il migliore degli ultimi 10 anni. La partenza è un po’ freddina (che siano meteoropatici?) nonostante Manuel Agnelli , frontman del gruppo (voce, chitarra e tastiere) ed il baffutissimo Xabier Iriondo (chitarra, tromba e campionamenti) ce la mettano tutta. Della band fanno parte anche Giorgio Prette, alla batteria, Giorgio Ciccarelli alla chitarra, Rodrigo D’Erasmo ai violini (elettrico ed acustico) e l’elegante – l’unico ad indossare la giacca – Roberto Dell’Era al basso. Il gruppo milanese alterna pezzi storici (Male di miele, Ballata per la mia piccola iena) con altri brani, circa una decina, dell’ultimo album. Sempre dell’ultimo cd si fanno apprezzare Spreca una vita, con le corde delle chitarre che sono messe a dura prova tanto da rischiare di saltare da un momento all’altro, e Io so chi sono, durante la quale Xabier si cimenta con la tromba lasciando  da parte per un attimo la sua chitarra. Passa la prima ora e senza grandi entusiasmi termina il primo set.

Al rientro però cambia tutto. E’ come se nello “spogliatoio” fosse arrivato un qualche motivatore particolarmente abile ed abbia stravolto tutto. Si riapre quindi alla grandissima (ora li riconosco!) con Tutto fa un po’ male, forse la migliore della serata, con un crescendo da brividi, e Vedova bianca in una versione davvero potente che spacca. Ma è quando Manuel invita sul palco Giulio Favero del Teatro degli Orrori “per fare due ballate lente e normali“ che si vede di che pasta sono fatti: sparano a mille Adrenalina e Dea con un ritmo forsennato ingaggiando una sorta di sfida tra chitarre, che spettacolo!

La list termina ufficialmente con Posso avere il tuo deserto (come da scaletta consegnataci dalla produzione) ma c’è un colpo di scena finale: la band dopo i tre bis, che sono tre autentiche perle (ci sono anche Pelle e Quello che non c’è) rientra nuovamente on stage  e ci regala un ultimo brano, Voglio una pelle splendida. Il riscatto è totale: chapeau!

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