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Recensione Bush Milano Alcatraz 5 settembre 2012

Milano, 5 settembre 2012. Mi presento all’Alcatraz per il concerto dei Bush con lo spirito combattivo di cui ti armi per andare ad un estemporaneo appuntamento con una ex fidanzata di vecchia data.

Recensione Bush Milano Alcatraz 5 settembre 2012Milano, 5 settembre 2012. Mi presento all’Alcatraz per il concerto dei Bush con lo spirito combattivo di cui ti armi per andare ad un estemporaneo appuntamento con una ex fidanzata di vecchia data, una di quelle che ha significato tanto in tempi molto remoti e molto più intensi. E così pago 30 euro. Li pago volentieri. Un pegno al me stesso sedicenne che stasera vorrei uccidere o consacrare. Per sempre. C’è poca gente. Mi guardo intorno e non mi sento vecchio, cosa che mi capita sempre più raramente ad un concerto. Ci sono anche padri con figli e coppie sposate abbracciate. Io mi sono messo la maglietta dei Sonic Youth, quella tutta blu di Washing Machine. L’ho fatto per rimarcare la mia età e la mia cultura musicale, ma soprattutto indosso una sorta di corazza protettiva dietro alla quale celare l’emozione che sto provando.

Sono le 21. Prendo una birra e la band sale sul palco. In mezzo c’è lui, Gavin Rossdale: giubbottino nero, capelli raccolti in uno chignon, Fender Stratocaster Deluxe argento con l’immancabile tracolla pelosa tigrata. Alla sua destra Chris Traynor, degno sostituto di Nigel Pulsford. Dall’altra parte del palco invece c’è Corey Britz, il nuovo bassista biondazzo, mentre dietro alla batteria soppalcata c’è sempre Robin Goodridge, visibilmente sovrappeso e con i capelli corti. Attaccano con Machinehead, compatti e decisi (guarda le foto del concerto). Poi All My Life. L’atmosfera si scalda a colpi di power chords, anche se ancora nessuno poga. Gavin è già un lago di sudore e resta in canottiera bianca con la classica fascia nera sull’avambraccio destro. I muscoli definitissimi e la pelle ambrata: il sussulto del pubblico femminile è più che percepibile, mentre l’ala testosteronico-invidiosa della platea minimizza (“sono finti”, “si droga”). Gavin saluta il pubblico e cerca di raccontare di quanto sia difficile tornare a suonare qui dopo così tanti anni. E’ il momento di The Chemical Between Us, seguita a ruota da The Sound Of Winter, singolone di The Sea Of Memories, ultimo disco della band.

La ricerca dei fantasmi del mio passato è appena iniziata. Parte Greedy Fly, uno dei brani più introspettivi e profondi di Razorblade Suitcase. Mi lascio prendere dall’emozione e faccio bene perchè arriva Alien, altro pezzo al quale lascio volentieri giocare con i miei sentimenti. Chiudo gli occhi e finalmente li sento umidi. Quando parte The Alterlife, Gavin si tuffa cantando in mezzo al pubblico. Buona parte delle donne presenti spera di essere messa incinta soltanto respirando il suo sudore. Prende in braccio una bambina bionda. Poco più in là il nostro palestrato 47enne si struscia su una ragazza, previa richiesta al fidanzato che rimane lì accanto con un sorriso forzato. Educato, caloroso, vuole sentirsi il pubblico addosso. Scivola fino al centro della platea e si lascia attorniare da tutti.  Condivide il microfono, si diverte e fa divertire. Poi risale sul palco per il finale della canzone.

Dopo una pausa, Gavin ha una chitarra acustica e attacca un giro che conosco, ma che è dei Bush. Infatti è Breathe dei Pink Floyd suonata in una versione un po’ strappamutande ma comunque convincente. Poi il baffuto Traynor attacca un giro “esageratamente” noto. Come Together dei Beatles. E qui decido di sospendere il giudizio che il me stesso fighetto e rompicoglioni avrebbe dato di questa versione muscolare di un brano così. Dopo succede quello che tutti aspettavano. Il palco è vuoto e c’è solo Gavin, chitarra a tracolla e luci puntate addosso. Tutti lo sanno e lui lo sa che tutti lo sanno, quindi aspetta ancora qualche istante di vibrante silenzio e poi fa quello che deve fare. Parte Glycerine, una sola voce sopra e sotto il palco. Dopo il primo ritornello sale il resto della band per scaldare la seconda parte del brano. Chiudono con Come Down.

Sono felice, sudato e pervaso da quella adrenalina così genuina che ti regala una band dal vivo. L’atteggiamento combattivo e difensivo con cui mi sono presentato all’appello stasera è stato sconfitto a colpi di rock. E i fantasmi del mio passato rimangono liberi di scorrazzare senza alcun divieto, perchè una delle ragioni per cui continuo a voler ascoltare e ri-ascoltare musica è proprio questa: essere altrove, nel tempo e nello spazio.

E così è stato. Quindi bravi.

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