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Performance insolitamente solare per gli Afterhours a Roma

Ce lo avevano anticipato quando li abbiamo intervistati: questa nuova parte di tournée legata a Padania non è la semplice continuazione di un tour iniziato l’anno scorso ma l’occasione per presentarsi sui palchi dei club con una spontaneità tutta nuova. L’abbiamo toccata con mano al Teatro Tendastrisce di Roma, dove gli Afterhours si sono esibiti sabato sera.

Recensione concerto Afterhours Roma 22 marzo 2013Roma, Teatro Tendastrisce, 22 marzo 2013. Fedeli al principio per cui l’ispirazione sarebbe più che altro una questione di urgenza, scomodità e di disagio, molti osservatori sono soliti guardare con una certa dose di preoccupazione ai periodi in cui una band rimanda troppo vistosamente l’impressione di essere serena, sorridente, (relativamente) in pace col mondo, almeno il proprio. È quindi facile immaginare una simile preoccupazione nei confronti degli Afterhours di questo tour 2013 che festeggia il prossimo, primo anniversario del fortunato Padania.

È il primo venerdì di primavera, questo fresco 22 marzo 2013: di scena al Tendastrisce (non proprio l’identikit del “piccolo club” a cui la band vuole rivolgersi con questo giro di tour), i milanesi ammazzasabato di Manuel Agnelli danno infatti vita a una performance ruvida e vibrante come sempre, ma caratterizzata da un’inaspettata, solare positività (guarda le foto qui).

Era stato lo stesso frontman, recentemente, a raccontare di una band che attraversa una fase di consapevolezza ed equilibrio, che guarda al proprio passato con una serenità nuova e al proprio presente con entusiasmo ritrovato (clicca qui per leggere l’intervista a Manuel Agnelli).

Tutte cose che si avvertono distintamente on stage, nelle due ore di una scaletta estremamente godibile: la parte del leone spetta prevedibilmente a Padania, mentre i ripescaggi – che attingono in gran parte da Hai paura del buio? e Quello che non c’è e si soffermano solo sporadicamente su Ballate e I Milanesi escludendo il passato remoto e Non è per sempre – alternano con buona equidistanza tracce pressoché irrinunciabili come Male di miele, Sangue di Giuda, Elymania o Quello che non c’è ad episodi preziosi sebbene altrove spesso trascurati come Veleno, Il mio ruolo, La sinfonia dei topi.

Una miscela assolutamente ben calibrata, che lascia tuttavia una forte sensazione di spontaneità: i sei non rinunciano assolutamente alla propria sferragliante vis pugnandi, o al sarcasmo ghignante col quale ad esempio indirizzano al nuovo Papa la beffarda dedica di una 1.9.9.6. che non perde la propria dissacrante ferocia a dispetto di un arrangiamento quasi britpop.

Eppure a restare maggiormente impressa è la sensazione, si diceva, di una band fortemente concentrata sul proprio presente: è infatti nei pezzi provenienti da Padania, forse meno rabbiosi ma spesso più centrati, che pare di sentire maggiormente coinvolti Agnelli e soci. I quali, divertiti, li prendono tra le mani e dove non li strapazzano (è il caso di Spreca una vita e dell’ottima Io so chi sono) li modellano con gusto e misura (Ci sarà una bella luce) o ne gonfiano ulteriormente le già capaci terminazioni emotive (la title track, certo, ma anche Costruire per distruggere o Nostro anche se ci fa male).

Ne risulta un gran bel concerto e la confortante sensazione che riuscendo a non dipendere dall’urgenza frenetica che li ha portati al successo – ma restando assolutamente vivi e sostanzialmente credibili – agli After stia riuscendo di compiere davvero un grande passo di maturità.

Definitivo?

No, quello è un aggettivo che si usa per le cose che finiscono, e questo fortunatamente non sembra proprio essere il caso: diremo piuttosto “decisamente evolutivo”.

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