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Archive in concerto a Milano, la recensione dello show

Recensione concerto Archive MilanoMilano, Magazzini Generali, 24 novembre 2012. Certe volte il cerchio si chiude in maniera perfetta. E’ il caso degli Archive ai Magazzini: le strade della band londinese e del club di Milano hanno molti tratti in comune, sia a livello cronologico che artistico. Più precisamente nella metà degli anni 90 – momento storico memorabile per innovazione e ispirazione in ambito di musica elettronica – nascono sia il locale di Milano che il gruppo fondato da Darius Keeler e Danny Griffiths, uniti da un’attitudine alternativa e all’avanguardia. Risalgono allo stesso periodo anche i primi vagiti di una trasmissione radiofonica di culto come B-Side (condotta da Alessio Bertallot, ai tempi ospite fisso dei Magazzini Generali), in cui al fianco dei nomi più popolari della scena trip-hop di Bristol (Tricky, Massive Attack e Portishead) c’era posto anche per i londinesi, nati dalle ceneri di un progetto breakbeat. Allo svoltare del millennio il suono degli Archive – già di per sé piuttosto elaborato – si evolve ulteriormente, pone sempre più spesso la chitarra al centro degli arrangiamenti e culmina in un’esplorazione non banale del prog-rock, mantenendo salda una vena malinconica occasionalmente esorcizzata da sfuriate rabbiose.

Intorno alle 19.45 – un orario “alternativo” dovuto ad esigenze organizzative, visto che di sabato ai Magazzini a una certa ora si balla e quindi occorre tempo per allestire il locale – un tappeto di synth accompagnato da rintocchi di campane annuncia l’ingresso sul palco della band; tra fumo e luci blu (guarda le foto) l’arpeggio della sublime Wiped Out (traccia che apre anche l’ultimo disco With Us Until You’Re Dead) dà inizio allo spettacolo. Si rimane in tema di “apertura” anche con la successiva You Make Me Feel, che occupa la prima posizione del secondo controverso album Take My Head; nonostante Keeler e Griffiths abbiano ammesso che si tratta dell’episodio meno riuscito della loro discografia, You Make Me Feel sintetizza alla perfezione lo stile a loro tanto caro, fatto di pause angeliche e ritorni distorti. A completare l’introduzione arriva anche Sane (il primo pezzo di Lights, del 2006), poi si ritorna al presente con Interlace, Stick Me In My Heart, Conflict e Violently in rigoroso ordine-album; d’altra parte gli Archive non hanno mai nascosto i loro intenti concettuali, suddividendo spesso i dischi in parti pensate per essere ascoltate senza interruzioni.

Il live assume contorni profondi, e fa piacere costatare che nonostante i pezzi superino spesso la soglia dei cinque minuti non ci si annoia grazie al dosaggio sapiente di momenti rumorosi e fasi sussurrate (istanti magici inopportunamente rovinati dalla maleducazione di qualche avventore poco incline all’osservanza del silenzio, in questi casi doveroso per una questione di rispetto nei confronti di chi ha pagato il biglietto e vorrebbe godersi l’esperienza in condizioni ideali). Vengono accolte con grande calore sia la versione acustica di Again che la successiva Fuck U, che comincia con piano e voce per poi arrabbiarsi davvero – non solo a parole. Dopo un’intensa Dangervisit, la lunga coda di Damage sfuma nelle campane che hanno dato il via al concerto, e gli inglesi si prendono una piccola pausa.

Ritornano con la poesia di Rise e con l’eccellente Silent, pezzo recente che fa tornare a galla in maniera vistosa le radici trip-hop del collettivo. L’incedere terzinato di Hatchet (interpretata ottimamente) alza il ritmo, mentre il sipario cala definitivamente con Controlling Crowds, il pezzo tratto dall’omonimo album del 2009 che ad oggi è il punto più alto raggiunto dagli Archive. Si consumano così due ore dense, tra intimità e ardore, tra quiete e tempesta; due ore da ricordare, dove si percepisce la passione che accompagna ogni nota suonata da una band stilosa e sincera come poche.

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