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Arisa in concerto a Milano, raffinata, spiritosa, emozionante

Arisa si è esibita ieri sera a Milano, un concerto caratterizzato da musiche raffinate e dall’ironia della cantante ligure. Ecco la recensione dello spettacolo.

Recensione concerto Arisa Milano 4 febbraio 2013

Milano, Teatro Arcimboldi, 4 febbraio 2013. «Durante le pause, quando vado a cambiarmi, domando sempre se ho stonato. Ovviamente mi dicono di no. Poi quando ascolto le registrazioni, beh… No», scherza Arisa sul palco degli Arcimboldi, data milanese del suo Amami Tour. In effetti il concerto ha superato ogni mia aspettativa. Auto-ironica dall’inizio alla fine, la cantante genovese ha divertito, emozionato, deliziato. Con la sua voce tecnicamente perfetta, calda, avvolgente. Zero sbavature. E una band, straordinariamente adatta al palco di un teatro (Giuseppe Barbera al pianoforte, Sandro Raffe Rosati al basso, Andrea Pistilli alle chitarre Giulio Proietti alla batteria e Salvatore Mufale alle tastiere) che si è destreggiata fra esibizioni soul e jazz degne di un locale newyorchese che si rispetti.

Aprono le danze i Frères Chaos, i due fratelli la cui eliminazione da X Factor, lasciò Arisa in balia dell’emotività più bieca, sull’onda della quale mandò a farsi friggere Simona Ventura. E pure il televoto di Sky.

Poi, arriva lei. Eccellente padrona di casa. Spiritosa, disinvolta, fa gli “onori di teatro” come stesse in un salotto. A suo agio lei, ci mette pure gli spettatori. Il teatro è pieno, ma non imballato. Il repertorio di umanità pagante è vario: dalla ragazzina di quinta elementare con i genitori, adolescenti appassionati di X Factor, ma non urlanti, adulti.

«Sarete soddisfatti o rimborsati. Nell’intimo, perché non credo vi ridaranno i soldi», esordisce Arisa. Il concerto entra nel vivo. Cover straniere famosissime, che corrono da Sweet Dreams degli Eurythmics a Personal Jesus dei Depeche Mode, il tutto magistralmente riarrangiato in chiave soul/jazz. A questo punto, per immergersi nel ritmo totalizzante del basso, la cantante si toglie le scarpe col tacco. Rosse. Poi leva anche la giacca. E da una versione di Dancing Queen, solo voce e piano, si infila in una spiritosamente sexy interpretazione de Il kobra.

Due stacchi per i cambi d’abito che farà durante l’esibizione. Entrambi sulle note dei must celentaniani: La gelosia e 24 mila baci. Tutto rigorosamente jazz. È il suo momento. Da Sincerità («ve la dedico perché se sono qui è grazie a voi»), a L’uomo che non c’è («per identificare la mia sfigataggine dell’inizio per cui, secondo il testo, per avere una ragazzo lo dovevo inventare»), rivisitata in una chiave ska, un po’ Rettore-style in Donatella. Un paio di canzoni «politicamente impegnate». La prima è Democrazia.

Si esibisce con il coinvolgimento di chi la musica la ama visceralmente, la asseconda, la vive nel susseguirsi di ogni singola nota. Non importa il tema, riesce comunque a trasmettere emozione. «Avete i fazzoletti? Sono finite le risate», avvisa la cantante. Ci si avvia verso la fine. Arrivano Meraviglioso amore mio e La notte, brano con cui si è aggiudicata il secondo posto allo scorso Sanremo. Attesissime. Scroscio di applausi.

Proprio non riesce a lasciare la sua gente con malinconia. Spiritosa dall’inizio alla fine: «Un’ultima canzone in onore di Papa Ratzinger», scherza. «Si chiama Pace. Pazzesco: X Factor non mi è servito proprio a niente, quando parlo faccio danni». Canta, si spengono le luci. Si riaccendono. È il momento del bis, reclamato dal vociferare del teatro ancora fermo ad aspettarla. Il bis è servito. La soddisfazione del pubblico, palpabile.
Brava Arisa.

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