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La recensione del concerto dei Band Of Horses a Milano

Recensione concerto Band Of Horses Milano 4 novembre 2012Milano, Alcatraz, 4 novembre 2012. Seattle è sempre stata prolifica  di nuove band e nuovi suoni. Forse  oggi, non  è così tremendamente protagonista come ai tempi del pluridecorato grunge sound, ma tutto quello che parte da quelle zone ha solitamente un fascino particolare.  L’avventura dei Band Of Horses, ha inizio proprio da quelle parti  e si impone timidamente qualche anno fa, con sonorità folk sussurrate ed eteree, mescolate a tempi rock dissonanti e chiassosi.  Con l’andare del tempo la band di Ben Bridwell e soci si accredita pian piano all’attenzione delle stravaganti logiche del music business americano, che travolgono la loro vena intimista a scapito di qualche facile ritornello rockeggiante, consentendo al gruppo l’uscita dal classico mondo indie. Reduci da questo repentino successo, la band torna in Italia per presentare in gran parte Mirage Rock, il nuovo lavoro che rappresenta egregiamente tutte le sonorità e le influenze dei cinque ragazzi americani. Lo show, contrariamente alle attese, è molto potente, sostenuto da un suono importante, da una grezza ritmica e dalla splendida timbrica del cantato di Bridwell, spesso accompagnato ai cori dai suoi compagni di viaggio. Dietro il palco, il gigantesco telo che proietta foto e video di luoghi incontaminati, desertici e rurali (clicca qui per guardare le foto) rende omaggio anche ad alcuni monumenti milanesi, forse alcuni dei più suggestivi, la chiesa di San Fedele e l’enigmatica facciata del Duomo. La band non si risparmia, dimostrando un’entusiasmo contagiante che carica i musicisti fra loro, sinceramente non proprio precisissimi, leggermente meno il pubblico. Piacciono particolarmente i  pochi momenti acustici rispetto a quelli elettrici e  convincono specialmente i brani con una struttura più complessa e meno immediata, che rendono bene grazie all’atmosfera da club in cui ci troviamo. Dopo un inizio travolgente con Great Salt Lake, seguono tra le altre una timida Laredo, una cristallina esecuzione di Way Back Home e un degno omaggio di Powderfinger a sua santità Neil Young. L’insieme è efficace e molto ascoltabile: la band rallenta introspettiva in Is There A Ghost ed accelera spensierata in Knock Knock, ultimo singolone tutto da cantare. Con la splendida The  Funeral, forse il loro pezzo più rappresentativo, termina la prima parte, mentre chiude la sequenza dei bis una versione corposa di Am I A Good Man. Uno show complessivamente convincente quindi, che dà voce ad una dimensione live della band vista altre volte non sempre all’altezza del nome, ma che in questa piovosa serata d’autunno regala a Milano un po’ di meritato calore.

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