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Recensione concerto Beach Boys Roma 26 luglio 2012

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 26 luglio 20012. I Beach Boys sono un’istituzione, fanno parte in maniera indelebile della memoria storica collettiva. Mezzo mondo li ha amati per le loro intramontabili hit surf-rock, l’altra metà per i capolavori partoriti dalla mente di Brian Wilson

Recensione concerto Beach Boys Roma luglio 2012Roma, Ippodromo delle Capannelle, 26 luglio 20012. I Beach Boys sono un’istituzione, fanno parte in maniera indelebile della memoria storica collettiva. Mezzo mondo li ha amati per le loro intramontabili hit surf-rock, l’altra metà per i capolavori partoriti dalla mente di Brian Wilson: Pet Sounds, del ’66, considerato uno degli album più influenti nella storia della musica e il suo incredibile seguito, SMiLE, uscito per varie vicissitudini soltanto nel 2011, con 44 anni di ritardo. Quest’anno, in ricorrenza del cinquantesimo anniversario di attività (il loro primo disco, Surfin’ Safari è del 1962), i Beach Boys decidono di festeggiare con un nuovo album e un tour mondiale, che li vede straordinariamente di nuovo sul palco tutti insieme: Mike Love, Al Jardine, Bruce Johnstone, David Marks e Brian Wilson, con il quale non condividevano la scena dall’88.

All’ingresso, l’applauso più grande va proprio a Brian, ma la band taglia corto: questa non vuole essere la festa del figliol prodigo, è e sarà un concerto dei Beach Boys. La formazione è quasi l’originale, mancano soltanto Carl e Dennis, i due fratelli di Brian scomparsi anni or sono. Oltre a loro cinque, una big band di nove elementi, presi in prestito prevalentemente dai Wondermints, la band che ha accompagnato Brian nel suo ultimo tour solista.

Nonostante siano coetanei dei Rolling Stones, non hanno affatto la loro fisicità, anzi, sembra più di guardare un centro anziani in gita estiva (Wilson a tratti è preoccupante, e più di una volta ho temuto che non ce l’avrebbe fatta), ma non importa: avrebbero potuto starsene seduti a mostrare le diapositive dei nipotini e sarebbe stato emozionante lo stesso. La lunghissima scaletta (45 brani) prevedeva gran parte dei loro successi senza tempo: Surfin’ Safari, Don’t Worry Baby, I Get Around, Help Me Rhonda, When I Grow Up To Be a Man, Surfer Girl, così come la più recente Kokomo (famosa negli anni ’80 per il film Cocktail) e l’ultimo singolo appena sfornato, That’s Why God Made the Radio.

La tranche centrale dello spettacolo parte da Heroes and Villains, prosegue con California Dreaming, cover dei Mamas and Papas, God Only Knows (probabilmente la più bella canzone di tutti i tempi), Sloop John B, Wouldn’t it Be Nice e Good Vibrations. La differenza fra le composizioni del periodo d’oro di Wilson e il resto del loro repertorio è evidente, sembra di vedere due concerti uno dentro l’altro. Durante California Girls sul palco sembra esserci una grande festa, con i Beach Boys divertiti e scatenati mentre, durante i brani di Pet Sounds e SMiLE, tornano ad essere musicisti, ognuno attento sul proprio strumento, e sembra di assistere alla performance di una piccola orchestra in cui le incredibili armonie vocali la fanno da padrone. Una finestra ipotetica su quello che sarebbe potuto essere. Per me è stata una mezz’ora intensa di brividi e di diversi strati di pelle d’oca.

Il pubblico era comunque in delirio, sia per l’uno che per l’altro concerto. Impazzivano letteralmente per Barbara Ann e Surfin’ USA, rimanevano sbalorditi ed esplodevano in un fragoroso applauso, quando Brian, nonostante la voce rotta e la fatica, prendeva il timone. Lunga vita ai Beach Boys: vederli in concerto è stata una preziosa occasione per poterli ringraziare dal vivo per la loro bellissima musica.

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