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Bloc Party, la recensione del concerto di Milano

Recensione concerto Bloc Party Milano Milano, Alcatraz, 8 novembre 2012. I Bloc Party non sono stati nè i primi nè gli unici a tentare di mescolare rock e elettronica. Ma bisogna riconoscere che la naturalezza con la quale il loro stile fonde diverse sfaccettature del rock (dal punk al metal) e un’attitudine dance intelligente rendono il loro contributo alla causa del cosiddetto post-punk revival decisamente importante. Ben venga dunque – aspettando che Kele Okereke, Russell Lissack, Gordon Moakes e Matt Tong salgano sul palco – una colonna sonora composta da Ac-Dc e Prodigy, da schizzi elettronici e blues alternativi, da pezzi dub e modernismi alla Flying Lotus. Chi più ne ha più ne metta: la musica di Okereke e soci è un istintivo compendio di influenze, un mosaico di forme sonore, un incrocio bastardo di tendenze.

Si parte con la prevedibile So It Begins, brano che apre anche il loro ultimo Four; poi Kele non si dimentica dell’educazione e saluta il pubblico: “Ciao Milano! We are Bloc Party from London, UK. How are you?’ e taglia corto con un bel “Alright, let’s get this party started!’. Party che però ingrana in maniera più decisa (insieme alla voce del frontman) solo sul terzo pezzo – la sempreverde Hunting For Witches – e continua a salire grazie alla grintosa Positive Tension. Real Talk spezza a mo’ di interludio, poi con Kettling torna la furia, estremizzata subito dopo attraverso i chiaroscuro di una Song For Clay (Disappear Here) sapientemente allacciata a uno dei loro primi grandi successi, Banquet. Inutile dire che a questo punto è assolutamente fuori discussione tentare di rimanere fermi: i piedi si muovono da soli.

Si ritorna al 2012 con una scheggia super heavy del calibro di Coliseum, e passando per l’intensa (e molto ben interpretata) Day Four ecco anche l’ultimo singolo Octopus, maestoso ed efficacissimo collage di riff taglienti. Quarantacinque minuti ed é già tempo di pausa caffè per il quartetto, che poco dopo rientra leggiadro sulle note dell’agrodolce Truth (uno dei picchi dell’ultimo disco) per poi esplodere con l’arrabbiatissima We Are Not Good People. Il ballo torna obbligatorio al ritmo incalzante di This Modern Love (altra perla tratta dal loro indimenticabile album di debutto del 2005), poi il carisma (la paraculaggine?) di Kele smorza la delusione del pubblico nel momento del triste annuncio della fine delle danze: “Milano, sfortunatamente siamo arrivati alla fine. Ma la buona notizia é che abbiamo ancora una canzone da proporvi, ed è anche molto bella”. Out of the blue (come dicono gli inglesi), Flux inizia con un’improvvisazione vocale di Kele che intona il ritornello di We Found Love, mega-hit del loro conterraneo Calvin Harris in collaborazione con Rihanna. E qui vale il discorso fatto per la scaletta pre-concerto: non c’è da stupirsi del fatto che un gruppo come i Bloc Party prenda in prestito una melodia da un pezzo che appartiene all’universo pop/dance. Loro sono anche pop quando vogliono; è la loro forza.

Comunque è tutta una farsa, perchè il sipario non cala definitivamente su Flux. I nostri rientrano ancora una volta per suonare la coriacea Ares (unica concessione al terzo album Intimacy) e l’immensa Helicopter, che non poteva proprio mancare. Qualcuno potrebbe obiettare che un’ora e mezza scarsa (piccole pause comprese) sia un tempo abbastanza misero; c’è da dire che – a differenza di molti altri casi – i Bloc Party compensano la breve durata del concerto con una buona dose di energia.

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