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Recensione concerto Bon Iver Ferrara 19 luglio 2012

Recensione Bon Iver Ferrara 2012Ferrara, Motovelodromo, 19 luglio 2012. Pochi giorni fa, durante un’intervista che ho rilasciato per la mia band (non che capiti così spesso, ma abbiamo presentato in anteprima dal vivo il nostro prossimo disco) ho parlato di Bon Iver. Mi hanno chiesto cosa pensassi dell’ondata di revival folk che ha caratterizzato gli ultimi anni, se la leggessi o meno come una moda del momento. Tutt’ora non ho una idea chiara al riguardo, ma riflettendo a voce alta con l’intervistatore ho citato la band americana, dicendo che in effetti anche un album così atteso e tanto anticipato come il loro secondo, già non ho voglia di ascoltarlo più. Incuriosito dalla mia stessa dichiarazione, ho ripreso in mano Bon Iver, uscito ormai più di un anno fa (disco dell’anno secondo Pitchfork) e ho capito perché l’avessi abbandonato. È un disco eccezionale, di uno spessore raro, ma va ascoltato dalla prima all’ultima traccia, richiede tempo e attenzione, due condizioni di cui, ahimè, non dispongo spesso. È difficile estrapolarne un singolo, le canzoni che lo compongono sfociano l’una dentro l’altra e sviluppano un discorso unico. Roba da album di altri tempi, quelli destinati a restare.

Sono tornato da poco dal suo concerto a Ferrara e non posso non segnalare il loro live act (guarda le foto del concerto) come uno dei più belli e intensi fra i tanti a cui ho assistito recentemente, paragonabile solamente a quello di Sufjan Stevens, visto lo scorso anno a Barcellona. Sufjan vince di poco ai punti per i costumi e le coreografie, ma anche senza balletti restiamo comunque nell’ambito della più alta eccellenza.

Sul palco, oltre la band primigenia, composta da due batteristi, Justin Vernon e il suo ex allievo di chitarra, altri cinque elementi, per un totale di nove musicisti. E che musicisti, c’è praticamente la all stars dell’indie americano, gente che ha collaborato con Arcade Fire, The National, Tom Waits e lo stesso Stevens. La quantità di strumenti sul palco è quasi imbarazzante e questo perché tutti ne suonano almeno due o tre. I chitarristi si alternano ai violini, la sezione di fiati oltre a suonarne di tutti i tipi (dal trombone al corno francese) suona tastiere e percussioni, il bassista abbandona con nonchalance il suo strumento e si lancia in assoli di sax.

Ma la cosa più sorprendente è che cantano tutti. E otto voci in coro a ricamare intorno alla splendida performance canora di Justin, riescono a portare il concerto oltre il livello stellare al quale la sola musica basterebbe a farlo arrivare. Niente è lasciato al caso, neanche il minimo particolare. La profondità delle costruzioni musicali è impressionante, ci sono nove persone che suonano quasi senza sosta, in armonia, aggiungendo un tassello ciascuno, creando strati su strati. Non faccio in tempo ad catalizzare la mia attenzione su un passaggio che subito un altro intervento musicale mi porta altrove. Poche volte nella vita mi è capitato di assistere a una cosa del genere.

Justin è impeccabile, la sua voce è intima e penetrante, le sue canzoni diventano inni, la band che lo accompagna gli da anima e corpo e il risultato è qualcosa aldilà della semplice esecuzione perfetta. Ha qualcosa di mistico e di sacro, la spontaneità del gesto, la giustezza dell’intenzione, l’emozione vera, sentita. Il pubblico canta con la gioia di chi aspettava di potersi unire al coro da tanto, tanto tempo. Il concerto si apre con Perth e si chiude con Beth/Rest, proprio come la scaletta del disco. Skinny Love a metà della scaletta fa piangere, For Emma, il secondo e ultimo bis, scioglie la tensione e riporta tutti sulla terra.

Ora ho un po’ più chiara la risposta: probabilmente il revival folk svanirà a breve, come tutti i revival che hanno caratterizzato gli anni Zero, quello new wave, quello rock’n roll, quello dance anni 70/80/90, quello sixties. Sembra non avere una sua identità la musica del decennio passato. Justin Vernon, ormai bisogna chiamarli i Bon Iver, resteranno e saranno ricordati come alcuni fra i più illuminati artisti dei nostri tempi.

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