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Bon Iver a Milano, la recensione del concerto

Recensione concerto Bon Iver MilanoMilano, Alcatraz, 30 ottobre 2012 Nuvole gonfie di cattivi presagi e temperatura in caduta libera. Prove di inverno a Milano, in un ordinario e sonnolento martedì di fine ottobre. Rintanarsi a casa, magari lanciando un pensiero solidale agli americani ostaggio dell’uragano del secolo, sarebbe cosa saggia se non fosse che all’Alcatraz c’è Justin Vernon alias Bon Iver (“buon inverno”, appunto) al suo debutto assoluto a Milano: un appuntamento di quelli, come si diceva un tempo, imperdibili. Trentun’anni, due folgoranti album all’attivo (For Emma, Forever Ago del 2008 e Bon Iver, Bon Iver del 2011), collaborazioni “sperimentali” collezionate su più fronti (con Gayngs, Volcano Choir, Collections of Colonies of Bees, St Vincent e Kanye West), il cantautore del Wisconsin è il talento più limpido fra quelli partoriti dalla scena folk rock americana negli ultimi anni.  Se ne è accorta anche l’Italia che dopo la calda accoglienza riservatagli la scorsa estate a Ferrara fa il bis con il sold out milanese.

Mezzora di riscaldamento by The Staves, tre giovani sorelle inglesi che esordiscono in questi giorni con l’album di folk acustico Dead & Born & Grown, e si comincia. Vernon si materializza sul grande palco in camicia scura e bandana stretta alla fronte: sembra qualcuno a metà fra un giovane Springsteen d’assalto e il De Niro in modalità cacciatore (guarda le foto del concerto). Lo accompagna una band di otto elementi, compresi due batteristi. Ci sono chitarre, fiati, tastiere, piatti, vibrafoni, violini. Riempiono la scena e gli altoparlanti, illuminati dalle luci e dalle ombre disegnate da brandelli di reti che pendono dal soffitto, scenografia da tempesta shakespeariana.

La band parte in quarta con le dissonanze di Perth, dall’ultimo album. Stratificazione su stratificazione, fra strappi, movimenti al rallentatore e furiose accelerazioni elettriche, arrivano Minnesota, Creature Fear, Hinnom, Wash. Prendono corpo disegnate dal falsetto “diafano” di Vernon che anche dal vivo mantiene la sua forza ipnotica e il suo tono magnificamente spettrale. Specie quando il nostro si accomoda al piano e attacca a suonare Wash, chiamando poi a raccolta trombe e violini.

Il pubblico è particolarmente caloroso. Fioccano gli applausi e Vernon non fa mistero della sua soddisfazione. Sorride a viso aperto e si lancia anche in uno scherzoso monologo con annessa presentazione dei compagni d’avventura prima di piazzare, una dopo l’altra, Holocene, Towers e un’incendiaria versione di Blood Bank (leggi la scaletta del concerto). “La musica è il mio Salvatore”, confida a un certo punto e, vestito solo della sua voce e della sua chitarra, regala brividi con Re: Stacks, preludio a Flume, pagina fra le più struggenti dell’intero repertorio boniveriano al pari di Wolves, unica grande assente di una scaletta che si chiude con il vocoder e i barocchismi soft-rock di Beth/Rest. E se quest’ultima può lasciare interdetti, con la doppietta dei bis di commiato – Skinny Love e For Emma – Bon Iver e il pubblico dell’Alcatraz arrivano quasi a toccarsi tanto è il pathos condiviso.

Cala il sipario e si riaccendono le luci. L’inverno, parola di Vernon, tornerà ancora. Siamo in tanti ad augurarcelo.

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