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Chick Corea al Blue Note di Milano: concerto breve ma intenso (e poco cheap)

Recensione concerto Chick Corea Milano 9 marzo 2013Milano, Blue Note, 9 marzo 2013. Jazz delle grandi occasioni, sabato sera al Blue Note. Ultima di una due giorni di concerti di Chick Corea, forse il più grande pianista jazz fusion vivente. Attualmente impegnato in tre progetti diversi, qui in Italia è approdato con Chick Corea And The Vigil, il cui album non è ancora stato pubblicato (ma l’uscita è imminente).

Sul palco, Armando Anthony “Chick” Corea – classe 1941 ma arzillo come un fringuello – è accompagnato in quest’avventura dall’eccezionale Tim Garland al sax e clarinetto basso, dal formidabile Hadrien Feraud al basso, Marcus Gilmore alla batteria (nipote del leggendario Roy Haynes, anche lui batterista per Charlie Parker e Miles Davis) e il giovane chitarrista Charles Altura.

The Vigil invece si ispira al suo gruppo storico, i Return To Forever, tra le cui fila sono passati Stanley Clarke (basso) e Steve Gadd (batteria). Tra brani nuovi e reprise di suoi grandi classici, Chick ha proposto pezzi di diverso respiro. Si parte con un pezzo di improvvisazione aperta, in cui a un “pedale” si giustappongono armonie oniriche: da subito, spiccano l’incredibile tecnicismo del bassista Feraud e l’esperienza e il gusto del sax di Garland. Feraud, da quanto dimostrato nell’arco della serata, dal canto suo è uno di quelli che, rispetto alla tradizionale formazione della Elektric Band di Corea, non fa assolutamente rimpiangere il suo omologo John Patitucci: cosa per niente facile, soprattutto considerando i suoi 29 anni (per la serie, pochi ma buoni).

E proprio direttamente dal repertorio della Elektric Band viene il secondo pezzo, Eternal Child, dall’album Eye Of The Beholder (1988): un brano molto dolce, evocativo, enfatizzato dalla chitarra classica. Si passa poi a Pledge For Peace, uno dei nuovi inediti del progetto The Vigil, “an open piece which sounds different every time we play it”, spiega all’inizio Garland. Qui l’assolo di piano si sviluppa in un lungo crescendo, sostenuto soltanto dal basso e dalla batteria, il piano poi scivola via e rimangono in due, lasciando infine Feraud padrone del palco, accompagnato solo dal battito di mani del pubblico. Si passa poi ad un’altra new entry, la bellissima ed ispirata Portals: suono di tastiera un po’ psichedelico all’inizio, con tempo dispari alternato a un interludio più delicato, quasi una ninna nanna da carillon, su ritmo terzinato.

Il concerto – purtroppo – finirebbe qui, se non fosse per un bis energico molto latin jazz, con continui cambi di ritmo a sfiorare samba e bossa nova, che risveglia l’animo del pubblico prima dei saluti definitivi. Beh, diciamocelo, cinque brani per 70 euro di biglietto sono un po’ pochini… Chick non è molto cheap, ma vista la sua grandezza, per questa volta gliela perdoniamo.

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