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La recensione del concerto di Echo & The Bunnymen a Roma per l'Ultrasuoni

recensione concerto echo and the bunnymen romaRoma, Circolo degli Artisti, 13 ottobre 2012. Ci sono band che riescono a rendere universalmente condiviso tutto ciò su cui la propria ispirazione decide di posarsi. Se non hai particolare stoffa puoi diventare semplicemente uno che ossequia le vendite, ma, se invece hai qualcosa da dire, anche se non diventi gli U2, magari ti tocca il destino placidamente fortunato di icone cult ancora vive, vegete e in più che discreta salute. Come Echo & The Bunnymen, magari, headliner della serata del 13 ottobre dell’Ultrasuoni Festival di Roma. Al mito post-punk di questi eccentrici concittadini dei Beatles è infatti capitato di resistere con sorprendente smalto al pur inesorabile avvicendarsi degli anni – quest’anno ne vede trascorsi ben trentadue dal leggendario Crocodiles.

Certo: quella cui Broken Men, These Reigning Days (annotatevi questo nome) e Madrid si trovano a far da apripista non è la lineup originaria della storica band di Ian McCulloch e Will Sergeant, oggi capitani di una formazione altrimenti completamente rinnovata. Ciononostante, la cronaca di questo uggioso sabato d’ottobre dedicato al secondo appuntamento con Ultrasuoni racconta comunque di un concerto discretamente coinvolgente, che finisce per convincere malgrado una resa non proprio eccelsa, qua e là ritrovando i picchi di antiche emozioni.

Taciturno come di norma, McCulloch concede poco ai convenevoli e molto alla sostanza, ma i circa novanta striminziti minuti di quella che inizialmente sarebbe potuta sembrare una scaletta scritta da sola si arricchiscono invece ben presto di piccole sorprese che vanno a fungere da sfizioso contorno a un suono riconoscibile come sempre, anche se penalizzato da un missaggio non esaltante.

Ecco quindi rincorrersi le classiche pieghe di psichedelia e new wave che tanto caratterizzano da sempre la proposta della band (sempre egregio il tocco di un arrangiatore esperto come Sergeant, stasera in buono spolvero anche sul palco) e sorprendenti accenni bluesy che culminano in occasionali medley che omaggiano, tra gli altri, il Lou Reed di Walk On The Walk Side e addirittura i Doors di Roadhouse Blues. Il resto lo fanno i pezzi: un sostanzioso ripasso al già citato, preziosissimo Crocodiles (All That Jazz scatena il delirio non meno delle iniziali Rescue, Going Up o Do It Clean) e le immancabili The Fountain, Nothing Last Forever e – ovviamente – The Cutter e The Killing Moon.

E va a finire che al termine dello show c’è abbastanza per rendere difficile parlare di qualcosa di diverso da un felice ritrovarsi tra un pubblico desideroso di lunari emozioni in stile Anni Ottanta e i propri longevi beniamini, ancora saldamente in possesso del proprio ricco vocabolario espressivo e tutto sommato ancora in grado di significarlo degnamente anche in sede live. Ben ritrovati.

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