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Lana Del Rey in concerto a Milano: Diva timida o grande montatura?

 

Recensione-concerto-Lana-Del-Rey-MilanoMilano, Mediolanum Forum, 7 aprile 2013. Dunque l’Alcatraz non bastava? In effetti no. Questa sera il Forum non è strapieno, ma il suo utilizzo è ampiamente giustificato dalle ondate di ragazze e ragazzi (in gran parte molto giovani) che occupano ordinatamente il parterre e i seggiolini della struttura aspettando l’ingresso di Lana Del Rey, l’ultima diva che il music business ha forgiato ad arte. E pensare che ascoltando il suo disco credevo che la location più adatta per un suo live fosse qualcosa tipo un teatro; macchè, qui ci sono cartelloni come insegna mamma Mtv, c’è gente trendy, c’è un fanatismo annacquato, innocuo, quasi ammaestrato. Quando le luci all’improvviso si spengono parte uno schiamazzo prepotente; sono frequenze da strillo, quelle che ti bucano il timpano, quelle che se chiudi gli occhi per un attimo ti sembra di essere a un concerto dei Take That nel ’94. No, mi sbagliavo: il teatro sarebbe stata una pessima idea. Si aprono le tende e compare una scenografia che spazia da fiere statue di leoni di bronzo a inquietanti corvi che portano rosari nel becco, da misteriosi candelabri spenti a palme verdi e rigogliose (clicca qui per guardare le foto). In questa atmosfera tra l’onirico e il pacchiano appare Elizabeth, vestita con un abito corto arancione e con la sua inseparabile coroncina tra i capelli. È tutto un discorso di chiaroscuro e contrasti, è un enorme mash-up di stili e riferimenti più o meno plausibili che, non si sa come, creano un’ amalgama che funziona. E’ la rappresentazione tangibile della confusione che compie un giro estremo e magicamente diventa ordine, delle regole che latitano perché non servono più. A questo proposito diventa davvero interessante assistere alla performance di un idolo delle nuove generazioni che si appresta a cantare per un’ora e mezza scarsa una serie di ballad. Niente balletti, a monte la cassa in quattro, in soffitta i synth violenti; lo spettacolo si basa esclusivamente su una voce (affascinante, non c’è che dire) e uno sfondo di musicisti – tra i quali spicca per importanza negli arrangiamenti il quartetto d’archi sistemato alla destra del palco.

Avendo alle spalle solo un disco e mezzo (dove per mezzo si fa riferimento alla Paradise Edition, riedizione di Born To Die contenente delle tracce aggiuntive), la scelta dei brani non poteva certo comportare grandi dilemmi – anche perché l’album è un’impeccabile fucina di singoli. Ciò nonostante Elizabeth fa di tutto per non lasciare entrare nemmeno un raggio di sole nella scaletta, evitando accuratamente la leggerezza di pezzi come Off To The Races, Diet Mountain Dew, Radio, Lolita e This Is What Makes Us Girls, preferendo quindi puntare decisa su melodie plumbee e ritmi ultra-lenti. Sull’iniziale Cola si crea un momento d’imbarazzo: Lana comincia a cantare, ma si interrompe di frequente. Le viene da sorridere, appare emozionata, forse stupita dalla folla che la osanna a ogni minimo movimento, lascia addirittura strofe a metà perché sembra le manchi il fiato. Dunque era tutto vero quando si diceva che soffre di timidezza e che ha dei problemi a esibirsi dal vivo? Non lo sapremo mai; magari si è trattato di una reazione genuina, forse invece fa tutto parte del gioco. In fondo il suo successo è legato proprio a situazioni come questa. A domande tipo “Ma ci è o ci fa?”, “Ma è rifatta o no?”, “Ma è una musicista oppure una semplice presta-faccia /presta-voce plasmata per soddisfare le esigenze del pubblico?”. Quando parla tra una canzone e l’altra Elizabeth è a dir poco irritante, e qui le possibilità sono due: o è una ragazza insicura che si nasconde dietro a un atteggiamento da oca liceale americana, oppure è tutta una montatura ad hoc. In entrambi i casi sembra inutile ragionarci troppo su, ogni parola che pronuncia viene sottolineata da veri e propri boati del pubblico.

I pezzi scorrono senza grandissimi sussulti e i fan cantano ogni sillaba con ardore. Sanno pure Knockin On Heaven’s Door, il che non è un male. Ma è evidente che la scelta di coverizzare Bob Dylan – o i Guns, specificherebbe qualcuno non senza buone ragioni – sembra piuttosto scontata e non lascia il segno. Spiccano invece le interpretazioni di Body Electric, Blue Jeans, Carmen, Without You e della recente Young And Beautiful (scritta per The Great Gatsby di Baz Luhrmann, adattamento cinematografico – a quanto pare scialbo – del classico letterario di F. Scott Fitzgerald). Blue Velvet e le strade perdute che scorrono alle spalle di Elizabeth mentre canta Born To Die tirano in mezzo (come da copione) l’immaginario di David Lynch, mentre dopo una breve pausa accompagnata da un video strumentale arriva il momento di sparare le cartucce pesanti: nell’ordine Ride, Summertime Sadness, Burning Desire, Videogames (indiscutibile opera d’arte) e National Anthem.

Parlare di spontaneità sarebbe di sicuro fuori luogo; qui sembra tutto studiato, purtroppo. Ma ad attaccare sono tutti bravi, soprattutto se la vittima mostra il fianco in maniera plateale. Qualcosa da salvare – una volta archiviata l’ovvia osservazione della vittoria dell’immagine sulla sostanza, ovvero una delle minacce più gravi di questi tempi non proprio luminosi che viviamo – in realtà c’è: si tratta della musica. Perché le canzoni di Lana Del Rey possono piacere oppure no, ma considerando la concorrenza in ambito pop da classifica sono senz’altro pezzi di un altro livello – emotivamente e tecnicamente parlando. La diva è sbarcata per la prima volta a Milano e ha fatto il suo, in uno show che in fin dei conti è sembrato leggermente piatto ma non per questo scadente; l’esibizione non verrà ricordata nei secoli – tutt’altro – ma in fondo sarebbe stato ingiusto aspettarsi qualcosa di più.

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