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Recensione concerto Litfiba Roma 28 luglio 2012

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 28 luglio 2012. La vicenda dei Litfiba racconta tante cose del panorama musicale del nostro Paese. Nella loro storia sono stati ben due volte in grado di rivoluzionare profondamente la fisionomia del nostro rock, risultandone di gran lunga e senza troppe discussioni la voce più influente degli ultimi trent’anni. Tuttavia, né al genio mistico dei loro furenti anni Ottanta né al mutevole (e a volte paraculo) eclettismo del decennio successivo è riuscito di evitar loro un rapporto mai del tutto sereno con chi pure negli anni li ha acclamati e seguiti ovunque. Soprattutto a partire dalle prime affermazioni su vasta scala, li si è spesso accusati di aver tradito la propria ragion d’essere e la propria provenienza per la volontà di compiacere un pubblico peraltro sempre più eterogeneo.
A ragione? A torto? Un qualche insondabile mix delle due cose?
A vederli scuotere il palco del Rock In Roma (leggi la scaletta del concerto e guarda le foto) si finisce per propendere per quest’ultima ipotesi, tanto diversi sono gli aspetti che se ne possono ricavare.
L’ avvio è solenne e rombante (Dio è una signora opener, anche quando a seguirla non c’è Cane come nella migliore tradizione, bensì Grande Nazione o una Maudit che par scritta stamattina) e il finale recupera cavalli di battaglia imprescindibili (Resta, Tex o Dimmi il nome) e antichi capolavori come Istanbul, Il Vento e Apapaia: ma se tali scelte confermano la filigrana nobilissima della musica dei toscani, la parte centrale dello show è invece caratterizzata da alcuni episodi poco convinti e convincenti che paiono davvero piazzati lì solo per far cassa (su tutte Regina Di Cuori, poco opportunamente dedicata alla liberazione di Rossella Urru).
Si può raccontare di una band in buona forma, molto più a suo agio all’aperto che nei palazzetti: ma ancora una volta si deve rilevare l’inutilità delle rigide gerarchie che riducono all’osso gli spazi di musicisti preparati come il tastierista Federico Sagona e il chitarrista Cosimo Zannelli.
Si può dire che il suono e l’attitudine inconfondibili di Federico “Ghigo” Renzulli si coniugano finalmente a una certa precisione, e che in Piero Pelù è tuttora facile e doveroso riconoscere un irripetibile fuoriclasse del palco e il titolare di una vocalità più unica che rara: ma il suo indugiare in certe gigionerie rischia spesso di svilire il vivido immaginario di cui pure le sue liriche hanno saputo ammantare la musica dei Litfiba.
E considerando quanto anche stavolta questi toscanacci abbiano dimostrato di poter ancora dare, è veramente un peccato rischiare di esser ricordati più per provocazioni talvolta eccessive e poco centrate (o per stucchevoli botta-e-risposta con Vasco) che per il talento unico di una band che con trent’anni di attività alle spalle è tuttora in grado di sfornare canzoni splendide come La mia valigia.

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