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Recensione concerto Marilyn Manson Milano Ippodromo 11 luglio 2012

Milano, Ippodromo, 11 luglio 2012. Cronaca di un massacro. Le uniche fauci a grondare sangue umano ieri sera, dopo il concerto di Marilyn Manson all’Ippodromo, erano quelle delle migliaia di zanzare che hanno assalito senza tregua i poveri fan del Reverendo.

Recensione Marilyn Manson Milano 2012Milano, Ippodromo, 11 luglio 2012. Cronaca di un massacro. Le uniche fauci a grondare sangue umano ieri sera, dopo il concerto di Marilyn Manson all’Ippodromo, erano quelle delle migliaia di zanzare che hanno assalito senza tregua i poveri fan del Reverendo. Pisapia, una disinfestazione no, eh?! Chissà, forse le orde sanguinarie sono state mandate in missione segreta da quelli del Pdl cittadino, viste le polemiche sollevate a febbraio dal capogruppo milanese Carlo Masseroli: «Ritengo che un concerto del genere sia impatrocinabile da un Ente pubblico. È inaccettabile» (dal Corriere della Sera). Si fosse occupato di fornire l’Autan, il Masseroli, gliene saremmo stati tutti infinitamente più grati. Comunque sia, Marilyn Manson (nome d’arte di Brian Warner) ormai ci ha fatto il callo al codazzo di polemiche che lo seguono ovunque si esibisca, sempre in bilico tra satanismo e blasfemia.

C’era grande attesa attorno all’esibizione milanese, che ha seguito a ruota quella di Padova del 7 giugno scorso. Si è fatto attendere anche ieri sera, il Reverendo, cominciando a suonare alle dieci passate. Ma si è fatto subito perdonare: uno squarcio nel telone nero sul palco, e dietro è apparso lui, inguainato in pantaloni e giacca di pelle nera, a intonare in apertura Hey, Cruel World dall’ultimo album Born Villain (uscito il 30 aprile scorso). Ottimo inizio, con l’artista americano che si intrattiene col pubblico, dichiarandosi felice di essere tornato a Milano (dove si è esibito anche nel 2009, 2007 e con relative polemiche nel 2003).

Poi via con un fortissimo cavallo di battaglia come Disposable Teens seguito da Love Song (entrambi dall’album Holy Wood, 2000). E su No Reflections comincia a scatenarsi il lato più teatrale di Manson, che canta maneggiando microfono&mannaia, in puro stile pulp. C’è poco da fare, Manson è un grande intrattenitore e sa come muoversi sul palco: se grande spettacolo rock dev’essere, che spettacolo sia! Lui certo non si tira indietro, e allora via di boa rosa shocking e cappellaccio per cantare mOBSCENE, per riemergere con giacca nera e lustrini su The Dope Show e la tiratissima Rock is Dead, entrambe da Mechanical Animals. L’atmosfera cambia, diventa triste e malinconica su Coma White, intonata sotto una pioggia di bianchi petali. Arrangiamenti molto fedeli agli originali e Manson che domina il palco, pur sembrando a tratti un po’ stanco, forse per la fatica di un tour europeo impegnativo.

La parte del leone la fanno le cover più famose del gruppo, con una bellissima Personal Jesus dei Depeche Mode e l’ormai celeberrima Sweet Dreams degli Eurythmics, stravolta e travolgente. Non poteva mancare, in chiusura, il pulpito del Reverendo di Antichrist Superstar prima del delirio finale con la splendida The Beautiful People su cui tutti, ma proprio tutti, zanzare incluse, ballano sfrenati e finalmente liberati. Bello, troppo breve, un po’ doloroso (per le punture) ma intenso. Un po’ come una prima volta, che si vorrebbe ripetere presto.

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