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Recensione concerto Marylin Manson Padova 7 giugno 2012

L’atmosfera è quella dei grandi eventi, con il teatro che per l’occasione si apre sul fianco destro per rinfrescare gli animi infuocati dei fan accorsi per il concerto di Marylin Manson al Teatro Geox di Padova.

Recensione concerto Marylin Manson Padova 2012Padova, Teatro Geox, 7 giugno 2012. L’atmosfera è quella dei grandi eventi, con il teatro che per l’occasione si apre sul fianco destro per rinfrescare gli animi infuocati dei fan accorsi per il concerto di Marylin Manson. Sono tre anni che il Reverendo non si fa vedere in giro da queste parti, e l’attesa è snervante. È tutto pronto: il gruppo spalla (gli inglesi Binary – clicca qui per leggere l’intervista), niente male) ha riscaldato il pubblico quanto basta e il telo nero è tornato a coprire il palco. Tum, tum, tum, tum. La batteria pulsa come un cuore impazzito, il suono è talmente forte da far fischiare le orecchie. Ecco Manson, di spalle. E’ vestito tutto di nero, manco a dirlo, con uno spolverino in pelle che lo copre fino alle ginocchia. Viso bianco cadaverico, trucco pesante: è lui, Brian, lo shock rocker americano conosciuto in tutto il mondo per le sue provocazioni almeno quanto per la sua musica. Jeordie White, invece, indossa un vestitino da donna, rosso, e una maschera gigante con un testone da bambino. Il fumo è dappertutto, le luci sono sparate dal palco verso il pubblico. Manson si volta di scatto con un urlo che fa tremare tutto il teatro, brandisce l’asta minacciosamente come fosse un bastone. Ci siamo, inizia il film. L’apertura è per Hey Cruel World, brano tratto dall’ultimo disco Born Villain e titolo del tour mondiale di questo 2012. Oltre a Brian e Jeordie (alle chitarre), ci sono Fred Sablan Junior al basso e l’ultimo arrivato Jason Sutter alla batteria.
Lo spettacolo è sia sul palco che nel parterre, dove la tribù dagli occhi neri (molti sono vestiti come Manson con pesanti trucchi neri attorno agli occhi) saltella ed agita le mani all’impazzata. Il Reverendo fa la sua parte, prima esibendo un microfono a forma di coltello – non un coltellino di piccola taglia, ma un coltellaccio da macellaio, o da squartatore, fate voi – poi simulando un rapporto orale con il suo chitarrista. Sul palco ora appare una sorta di pulpito, decorato con effigi che ricordano quelle naziste. Manson ci si affaccia pericolosamente e intona la sua personalissima omelia: Antichrist Superstar. Pane per gli affamati fan. La tensione resta sempre alta, e le (tante) pause sono fisiologiche, servono per prendere fiato, sia sopra che sotto il palco. Il volume è altissimo, i timpani soffrono. In scaletta sbucano le due cover che “appartengono” al repertorio di Manson: Personal Jesus , consueto omaggio ai Depeche Mode, con tanto di cambio di look – giacca elegante e boa rosa attorno al collo -, e una urlatissima Sweet Dreams (degli Eurythmics), con il microfono che si trasforma in una torcia capace di illuminare l’oscurità. Delirio totale per il gran finale con The Beautiful People. Anche questo rito si è compiuto, arrivederci a Milano.

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