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Noel Gallagher, la recensione del concerto di Bologna 6 ottobre 2012

recensione concerto noel gallagher bolognaBologna, Paladozza, 6 ottobre 2012. Dopo il concerto di ieri a Firenze (guarda le foto), Noel Gallagher e i suoi High Flying Birds hanno fatto tappa anche a Bologna in una serata molto coinvolgente e appassionante. Quattromila persone in piedi a cantare “Don’t Look Back in Anger” al Paladozza dimostrano una sola cosa. Che gli Oasis passano, ma le grandi canzoni restano. Oggi che la band è divisa in due tronconi – di là il fratello Liam con il resto del gruppo tramutato in Beady Eye, di qua Noel Gallagher’s High Flying Birds – il Gallagher maggiore resta l’unico vero depositario del marchio estinto. La canzone è sua (come del resto tutto il repertorio), la cantava lui, è un pezzo della sua vita. Quattromila persone non possono sbagliarsi.

Un buon concerto, a tratti elettrizzante, quello offerto da Noel alla folla adorante del palasport, che conosce a menadito le canzoni, le canta in coro, ne accenna perfino l’inizio prima che la band attacchi. E ciò diverte un Gallagher ben lontano dal suo leggendario alone di antipatia, che interagisce pure col pubblico: “Wonderful”, esclama spesso davanti alla muraglia canora per l’entusiasmo dei presenti (guarda le foto).

Il set mescola abilmente un grande passato (evitando accuratamente le canzoni cantate dal fratellino) e il presente del nuovo album, ben rappresentato da pezzi che sono già delle hit come Everybody’s On The Run, What A Life (“una canzone che rappresenta anche l’Italia” dice lui un po’ sibillino), If I Had A Gun, The Death Of You And Me ed il quasi-gospel Let The Lord Shine A Light On Me. E’ notoria l’abilità del nostro come costruttore di successi, l’imprinting beatlesiano sempre evidente (soprattutto in brani come Record Machine), la band che lo asseconda è una buona band, non trascendentale ma attiva e presente – anche gli Oasis lo erano del resto. E lui è lì, sotto le luci cangianti, a godersi una popolarità non più condivisa. Gli Oasis sono finiti con quella rissa nei camerini del 2009, nel 2012 il mito continua, rafforzato se possibile. Si parva licet componere magnis, anche sir Paul McCartney propone senza remore i (suoi) pezzi dei Fab Four nei suoi concerti.

Il grande spettacolo, come sempre, è il pubblico. Un muro di folla sulle gradinate, un piccolo magma ribollente sotto il palco (dove abbiamo intravisto anche un sorridente Cesare Cremonini), bocche spalancate e teste ondeggianti al ritmo di un pugno di canzoni scolpite nella memoria collettiva. Gli Oasis sono ben omaggiati dall’iniziale (It’s Good) To Be Free e da una Supersonic quasi totalmente acustica, in trio con batteria (alla quale siede Jeremy Stacey, drugo di Arancia Meccanica in bombetta nera e tuta bianca) e pianoforte, non ci sarà invece la pur invocata Wonderwall. Ma è soprattutto nel bis che risplendono i fasti della band mancuniana: in rapida successione Whatever, Little By Little e la finale Don’t Look Back In Anger alzano la temperatura del palasport a livelli africani. Non ci sarà altro, un’ora e mezza di musica ed un’acustica appena accettabile. Ma agli orfani degli Oasis va bene così. “Non voltarti indietro con rabbia”, goditela fino in fondo.

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