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Renato Zero in concerto a Roma: si conferma un artista imprescindibile.

Recensione concerto Renato Zero Roma 29 aprile 2013Roma, Palalottomatica, 29 aprile 2013. Prima di parlare del concerto di Renato Zero è d’obbligo fare una premessa. Ricambio generazionale e ridefinizione dei generi tendono sempre ad assottigliare il margine di credibilità attraverso il quale un artista, negli anni, può muoversi. Probabilmente questo principio vale doppiamente per un monolite apparentemente intramontabile come la nostra musica leggera, che proprio alla sua tradizionale ritrosia al cambiamento deve le critiche principali, e lo si può estendere quasi indistintamente a tutti i suoi maggiori esponenti.

E questo è un discorso che potrebbe riguardare anche la seconda data di Amo – Capitolo I, che il Renatone nazionale manda in scena in un caldo lunedì 29 aprile: un Palalottomatica rigonfio di fedelissimi ha infatti assistito a uno spettacolo che pare fatto apposta per perpetuare il proverbiale, rassicurante e duraturo incanto partecipativo che avvolge da sempre i suoi concerti, magari a scapito di una ricerca stilistica che del cantautore romano ha lasciato sostanzialmente intatti i capisaldi. Eppure bisogna addentrarsi con fiducia, nelle tre generose ore (e benissimo fa il cantautore a rivendicarlo, pur polemicamente) di quest’ennesima reincarnazione di Zerolandia.

A tratti più emozionata che emozionante, a tratti decisamente troppo lenta, ora appesantita da qualche filo di retorica di troppo, pure la rassegna dei brani e la loro resa in chiave pop-orchestrale permette di assistere a momenti davvero alti, e a rendere evidente una piccola serie di considerazioni.

La prima tra tutte è un’attenzione sottile ai dettagli e alla visione d’insieme. Negli arrangiamenti risiede infatti il vero tratto di differenza di queste canzoni rispetto al passato: dove non arrivano le convincenti architetture degli archi, lì arrivano le tastiere di Danilo Madonia (che farebbero funzionare anche un dito sulla lavagna) o le chitarre di Phil Palmer, che sfavillano con la consueta eleganza, tanto da dar nuova luce ai soliti cavalli di battaglia danzerecci, coprire i pezzi meno coinvolgenti e far dimenticare scivoloni evitabili come la trascurabile ospitata di Giuliano Sangiorgi o il pacchianissimo remix disco-dance di Madame.

La seconda è che Zero non rinuncia al lato puramente teatrale dei suoi spettacoli: non è certamente una notizia se si pensa al suo talento di performer, alla sua squillante vocalità (ancora una volta degnamente onorata) o al suo abbigliamento di scena (anche ieri sera avrà sfoggiato almeno una decina di diverse, fascinose mise), ma non sempre i suoi spettacoli annoverano coreografie complesse, ma non invadenti, come quella di cui si è occupato il bravo Bill Goodson, che a più riprese hanno letteralmente trascinato lo show.

Terza ed ultima, forse la più importante: Renato sembra credere davvero a queste canzoni, tanto da sacrificare più di qualche grande classico per porle in evidenza. E ne ha qualche motivo: Chiedi di me è un pop rock che incede lesto e ammiccante, Lu (per Lucio Dalla) ed Angelina (la portinaia dell’adolescenza) sono commossi e toccanti affreschi di memoria, Un’apertura d’ali è invece lo splendido canto del cigno dello scomparso Giancarlo Bigazzi. Canzoni che non contengono niente di innovativo, anche perché forse il loro autore è rimasto un musicista molto più interessato a dire qualcosa nel presente che non nel futuro.

Ma che – forse proprio per questo – si incastonano alla perfezione nella storia pluridecennale di quello che resta un cantautore difficilmente prescindibile per la nostra musica leggera.

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