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Recensione concerto Simple Minds Roma 27 luglio 2012

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 27 luglio 2012. La continuazione estiva del 5×5 tour dei Simple Minds, ha fatto tappa al Rock in Roma, nell’Ippodromo delle Capannelle.

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 27 luglio 2012. La continuazione estiva del 5×5 tour dei Simple Minds, ha fatto tappa al Rock in Roma, nell’Ippodromo delle Capannelle (guarda le foto del concerto). L’occasione era importante. Per festeggiare il trentennale di New Gold Dream (81, 82, 83, 84), uno dei loro dischi di maggior successo, lo scorso febbraio la band scozzese si è imbarcata in un progetto affascinante quanto rischioso: riportare dal vivo i cinque brani più significativi dei loro primi cinque album (da qui il nome 5×5) usciti tra il ’79 e l’82, in concerti della durata di oltre due ore, lasciando fuori tutte le loro hit successive a quel periodo fra cui, per dirne una, Don’t You (Forget About Me).
Purtroppo, pur mantenendo lo stesso nome e lo stesso claim, il 5×5 tour si è fermato lo scorso marzo a Dublino. A partire da giugno i Simple Minds sono tornati sul palco con un set molto più stringato e popolare, con sedici canzoni anziché le venticinque promesse, in cui ci sono sì, alcuni episodi degli esordi, ma anche alcuni dei loro singoli più conosciuti in assoluto. Niente di così grave, sarebbe bastato avvertire e poi è inutile lamentarsi: fra le scritte microscopiche che riempiono il retro dei biglietti dei concerti, c’è scritto che l’artista può fare come gli pare.
Il concerto inizia con I Travel, dal loro terzo disco Empires and Dance, e Love Song, tratta da Sons and Fascinations/Sister Feelings Call. Resto esterrefatto nel sentire le sonorità così scure e algide delle loro prime canzoni, le ritmiche ossessive, la voce tenebrosa di Jim Kerr assumere un ruolo completamente diverso. Per chi come me li ha conosciuti solo sul finire degli anni ’80 (me ne rammarico), il tutto sorge incredibilmente nuovo, eppure coerente. Una band di Glasgow nel 1979 non poteva che essere influenzata dai suoni della new wave e del post punk, dall’elettronica e dai sintetizzatori. I Simple Minds non ne furono soltanto influenzati, ma diventarono a pieno diritto alcuni dei maggiori esponenti del genere.
La scaletta prosegue con la selezione di brani del passato, come Celebrate, In Trance as a Mission e The American, e viene interrotta da alcune loro hit relativamente più recenti, come See the Lights e la tanto attesa Don’t You (Forget About Me), sulla quale il pubblico può finalmente cantare in coro. Jim Kerr è decisamente in forma e il chitarrista, Charlie Burchill, ha un suono pazzesco, c’è davvero tanto da imparare, e tanto hanno imparato in questi trent’anni le decine e decine di band che hanno preso ispirazione dai Simple Minds.
Poche canzoni ancora e il gruppo si congeda. Jim saluta il pubblico con del simpatico italiano creativo: «Prima volta che siamo venuti a Roma, sono caduto» pausa, «in amore. Stavolta sono caduto di nuovo» e si accommiata definitivamente urlando «Minchia!», tradendo il fatto che ormai è cittadino siciliano da parecchi anni. Nonostante la breve durata e il cambio di programma, è stato un bel concerto. Ora non mi resta che colmare le mie lacune e ascoltare i primi dischi dei Simple Minds.

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