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Slash e Myles Kennedy in concerto a Roma, la recensione

recensione concerto slash romaRoma, Palalottomatica, 24 ottobre 2012. Per certi artisti la Storia pare davvero aver occhio miope. Certo, se dici ‘Slash’ in capo a dieci secondi devi riuscire a stoppare il riff di Sweet Child Of Mine (o l’inciso di Paradise City, fate voi) che ti è partito in testa, non richiesto e inarrestabile: eppure, 17 anni dopo la  separazione dai Guns N’ Roses del contraddittorio deus ex machina Axl, a Saul Hudson (questo il suo vero nome) non sembra ancora esser stato definitivamente assegnato il posto che merita nella storia del rock e della chitarra. Sarà per l’ostinata fedeltà al proprio modo di fare musica? Per lo stile inconfondibile eppure paradossalmente quasi discreto col quale vive la sua condizione di rockstar, godendosela alla grande senza mai incappare nel chiacchiericcio che solitamente circonda tanti colleghi, che spesso con la loro posticcia aura di maudit raccolgono consensi (a volte) spropositati? Sarà per qualche altro recondito motivo?

Tutte domande sensate, per carità: ma di fronte a un live semplicemente ai confini della perfezione, come quello con cui il Nostro – introdotto dalla vigorosa performance di Ginger Wildheart – ha esaltato il Palalottomatica di Roma in un altrimenti troppo tranquillo 24 ottobre, si può solo calare il cappello. Accompagnato dall’impressionante vocalità di un formidabile Myles Kennedy e dai prodi Conspirators (con cui ha suonato anche a Bologna qualche giorno fa, guarda le foto), il nostro condensa la propria storia in due ore di uno show che è un’assoluta delizia per chiunque creda nel rock come veicolo universale: ritmo, sudore, rabbia, cazzeggio, grandi melodie, dilatazione e ondate di isteria elettrica. E i riff stratosferici di quello che probabilmente, dicevamo, è attualmente uno degli ultimi grandi araldi di una formula rock’n’roll fatta esclusivamente di suono e dedizione.

Infatti, se dai reperti dell’era-Guns non c’è molto da aspettarsi (eppure risultano molto più vicini a quell’attitudine,  rispetto alle vagamente “ingessate” proposte attuali di Axl: e che ripescaggio, Civil War!), gli estratti del repertorio solista stordiscono per presa rapida e impatto devastanteBack From Cali, Starlight, Standing In The Sun, Apocalyctic Love e soprattutto la superlativa Anastasia provengono quasi tutti dall’ultimo lavoro e si collocano a metà tra un intramontabile manifesto e un augurio: che il dio del rock ce lo conservi ancora a lungo, questo Slash. Che di parole non ne spende molte, perché come da copione lascia parlare la sua Gibson. Che, con Myles e il resto della band, par proprio aver trovato un’intesa addirittura superiore a quella dei bei tempi con Axl. Che – tanto all’interno dei brani quanto nei dotti intermezzi solisti in cui si lancia – conserva ancora il piacere di porre tocco e perizia tecnica al servizio del gusto (la qual cosa continua tutt’ora a differenziarlo in modo determinante da quasi tutti gli altri guitar hero). Che alla propria caratteristica impostazione hard rock non fa mai mancare l’apporto costante di quella radice blues che ai più grandi non manca quasi mai. E che ha ancora una lunghissima vita musicale da spendere per tentare di giungere, lo ripeto, al posto che davvero gli spetta nell’Olimpo della musica rock di tutti i tempi, accanto agli Altri.

O, nell’improbabile ipotesi in cui dovesse fallire nel tentativo, per regalarci mille altri show come questo.

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