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Recensione concerto Snoop Dogg Rock in Roma 3 luglio 2012

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 3 Luglio 2012. L’ultima prova in studio di Snoop Dogg (Doggumentary, dato alle stampe nel marzo del 2011) gode della consueta, più che discreta resa media di un marchio collaudato come il suo.

Recensione Snoop Dogg Rock in Roma 3 luglio 2012Roma, Ippodromo delle Capannelle, 3 Luglio 2012. L’ultima prova in studio di Snoop Dogg – quel Doggumentary dato alle stampe nel marzo del 2011 – gode della consueta, più che discreta resa media di un marchio collaudato come il suo. Eppure, solo chi non conosce bene la vulcanica attività di Cavin Cordozar Broadus Jr. potrà incappare nell’equivoco di cercare nel successo dell’ultimo album il motivo principale di quello che a tutti gli effetti sembra essere un vero e proprio neverending (world) tour del rapper di Long Beach.

Oltre che davvero interessante, è infatti sufficiente recuperare anche solo parte della chilometrica lista delle sue collaborazioni (a vario titolo: non solo dietro al microfono, ma anche in qualità di talent scout e produttore) con una buona metà del jet set musicale statunitense – non appare troppo azzardato dirlo – per trovarsi di fronte all’evidenza di un personaggio dalla spiccata propensione alla contaminazione, dotato di grande curiosità e non inferiore paraculaggine. Di tutto questo è prova cristallina la comparsata (tale va definita: una sola ora di live effettivo rende impraticabile qualsiasi altra definizione) che l’ha visto inserirsi, in barba alle nomenclature tradizionali, nel cartellone 2012 di Rock In Roma (guarda le foto del concerto), in un sorprendentemente fresco martedì 3 luglio che lo vedeva preceduto dai dj set di TNT e Cut Killer.

Di fronte alla platea delle Capannelle, eterogenea non meno che folta, il nostro ha infatti dato vita a uno spettacolo dal forte sapore di “best of” europeo: scaletta essenziale ai limiti dello scarno (abbiamo già detto che sessanta minuti di live sanno neanche tanto vagamente di presa in giro? Sì? Be’, lo ripetiamo volentieri), ampio spazio agli episodi di maggior richiamo pop (P.I.M.P., certo, ma anche quella California Gurls che lo vede duettare con una Katy Perry qui adeguatamente sostituita da una crew che gestisce con perizia tanto le parti di Justin Timberlake e Charlie Wilson in Signs quanto quelle di Akon e Pharrell in I Wanna Fuck You e Beautiful) e il consueto atteggiamento guascone proprio di un gangsta king autentico che maneggia con disincanto sesso, droghe leggere e fratellanze di strada.

L’inverosimile brevità dello show è un vero peccato, insomma. Anche perché sulla risposta della folla a vere e proprie ondate di ritmo e sudore come Drop It Like It’s Hot e – soprattutto – Jump Around e What’s My Name si poteva scommettere a occhi chiusi, così come su colpi da geniaccio soul come la conclusiva Young Wild And Free. Alla prossima, cagnolone: magari senza tutta questa fretta.

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