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La recensione del concerto degli Spiritualized a Milano

Recensione concerto Spiritualized Milano 11 novembre 2012Milano, Magazzini Generali, 11 novembre 2012. E’ un piovoso weekend milanese quello in cui l’astronave guidata da Jason Pierce atterra presso i Magazzini Generali. Attivi dai primi Anni Novanta e con sette album incisi, gli Spiritualized sono senza dubbio una delle più significative band space rock/dream pop del mondo. Mentre guido la Vespa sulla circonvallazione mi chiedo a che tipo di pubblico possa piacere una band simile. Soprattutto in Italia. Quindi, per difendere il mio ego musicale, mi sono messo la maglia dei Radiohead. Quella vecchia e rovinata. Perchè ho più di trent’anni, io.

Prima del concerto mi guardo intorno. Tante barbe, tante paia di occhiali con montature grosse e tanti cappellini di lana tra il pubblico. Qualche capello bianco. Poca gioventù, invece. Neanche il tempo di una birra e si spengono le luci. La band sale sul palco illuminata dal solo fascio di luce di un grosso proiettore che per tutto il concerto inonderà di video la band ed il pubblico. Il primo brano è Hey Jane, più di 10 minuti di singolone estratti dall’ultimo disco Sweet Heart Sweet Lights uscito nell’aprile scorso per Domino Records. La canzone, dopo una prima parte più pop, si apre in un lungo intermezzo noise psichedelico (il primo di una lunga serie) nel quale l’intreccio tra musica, luci e video rende l’atmosfera magica e vibrante. Seguono a ruota Electricity ed Heading To The Top. I brani sono semplici. I giri di basso rotolano, le ritmiche della batteria incalzano e sopra c’è un tappeto di chitarre noise a colorare il tutto. E poi c’è la voce di Pierce. E’ come se ad un certo punto, in ogni brano, la band decidesse di andarsene e di portarti via con sè, da un’altra parte. Ovunque tu voglia. Basta chiudere gli occhi o fissare le psichedeliche proiezioni per lasciarsi trasportare. Nelle pause il pubblico si fa sentire. Mentre Pierce non parla mai. Indossa gli immancabili occhiali da sole e suona da seduto (clicca qui per guardare le foto). Poi ci sono Freedom, che attacca pianoforte e voce, e I Am What I Am in cui il mix tra il giro di basso così crudo e le proiezioni psichedeliche di forme geometriche e pattern in bianco e nero fanno fare un lungo viaggio al pubblico presente. Mentre Mary è tutta un’atmosfera rosso tramonto che invade tutti i cuori dei fan. E finalmente. Arriva lei. Ladies And Gentlemen We’re Floating In Space. Luci basse. Video di stelle e galassie violacee. Si accende anche una mirrorball. Si muove tutto intorno, ma io chiudo gli occhi. Non mi interessa, perchè me ne vado da un’altra parte. Ciao.

Questo è un concerto che se ne fotte delle tue emozioni e ti viene a toccare proprio lì dentro, nel profondo. E continua. E continua. E continua. Altri brani tra cui So Long You Pretty Things e Take Your Time. Pierce e soci hanno una rara maestria nel creare atmosfere, ma quando tolgono la sicura alle distorsioni e cambiano marcia ti senti vibrare fin dentro lo stomaco e non puoi più stare fermo. I brani sono lunghe atmosfere aperte che crescono e si sviluppano. Prima sussurrano. Poi urlano. Da sottili si fanno sempre più potenti fino ad inondare lo spazio ed il tempo, le barbe, i cappellini e le giacchette-troppo-giuste del pubblico presente, che si ritrova raso al suolo ed estirpato via da un’ondata sonica di musica e colori psichedelici.

Emozionare come missione imprescindibile. Pierce sa come farlo e non spreca nemmeno una nota.

L’ultimo brano prima della pausa è Electric Mainline. Una bordata noise da più di 20 minuti. Un’atmosfera musicale in continuo crescendo di suoni, luci e colori, che incalza senza mollare mai. Fino a smutandarti. Fino a farti vibrare i calzini. Fino a farti capire che nulla sarà mai più come prima. Dopo la pausa fanno Come Down Easy. Non ho mai visto nessuna band essere in grado di passare dal noise rock così estremo alle atmosfere soul e gospel che contraddistinguono brani come questo. L’ultimo brano è Smiles ed è un’altra sassata psycho-noise. L’ultimo tuffo. L’ultimo viaggio. Quello più lungo ed intenso, che lascia l’ultimo indelebile segno.

A fine concerto tra il pubblico volti impalliditi e sguardi persi. Come averne prese tante, ma col sorriso. Come prendere fiato dopo l’apnea. Come scendere dall’ottovolante. Quella sensazione di felicità mista a disagio: sicuri di aver vissuto qualcosa di emozionante ed irripetibile, ma con la convinzione che sia comunque durato troppo poco.   Quindi signore e dsignori slacciate pure le cinture di sicurezza. Il viaggio è giunto a destinazione. Sì, siamo di nuovo sul pianeta terra. Purtroppo.

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