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Recensione concerto Subsonica Roma 25 luglio 2012

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 25 luglio 2012. È sempre un concetto pericoloso, quello di “età di mezzo”. Per fotografare il momento dei Subsonica, visti in azione sul palco sempre caldo di Rock In Roma, non si può prescindere da questa considerazione.

Recensione concerto Subsonica Roma luglio 2012Roma, Ippodromo delle Capannelle, 25 luglio 2012. È sempre un concetto pericoloso, quello di “età di mezzo”: certo, sei ancora ben lontano dall’aver bisogno di paranchi e tiranti per presentarti in giro, ma non puoi nemmeno concentrarti troppo su com’eri dieci o vent’anni prima. O quindici, come i Subsonica. Per fotografare il momento dei cinque piemontesi, visti in azione sul palco sempre caldo di Rock In Roma, non si può prescindere da questa considerazione: perché il gruppo è nel mezzo di una (in)quieta evoluzione, alla ricerca di una maturità e di un equilibrio serenamente distanti dalla storia per certi versi tellurica dei primi anni di attività della band.

È quello che riflettono le due ore della performance di Roma (guarda le foto del concerto), che riduce ai minimi termini l’ultimo, mediamente placido Eden (in sua rappresentanza solo i cieli cupi di Diluvio e la discutibile autoironia di Benzina Ogoshi) per privilegiare i brani di Terrestre ed Eclissi, da puntellare qua e là contando su una non nutritissima carrellata di must provenienti dai fasti – spiace contraddirvi, ragazzi – non proprio vicinissimi di Microchip Emozionale e addirittura il primigenio SubsOnicA, dal quale molto si apprezza la ricomparsa di vecchi cimeli come Istantanee e Cose Che Non Ho (leggi la scaletta).

Su tutto questo, si diceva, campeggia però un senso di attesa e d’irrisolto: le riproposizioni in realtà piuttosto scialbe e spompate di cavalli di battaglia come Discolabirinto, Nuova Ossessione o Aurora Sogna sembrano infatti testimoniare piuttosto da vicino una certa stanchezza nei confronti di quel passato a cui i Subsonica devono parte del largo consenso che ancor oggi riscuotono.

Il presente vede da un lato una formula sonora che resta vitale, pulsante e ambiziosa di fare un passo in avanti che però si compie a metà (peraltro penalizzando le fantascientifiche e sempre felici visioni urban di testi che restano tuttora indubitabilmente tra i più evocativi e trasversali in circolazione), e dall’altro inspiegabili scivoloni come la tamarrissima cover di Up Patriots To Arms o gli occasionali ritmi reggae/dub – azzeccata lintenzione di omaggiare il grande Max Romeo, meno l’esito del remake della sua Chase The Devil.

Del resto, se non si sa mettere in conto qualche errore non si mette su neanche un laboratorio come quello in cui hanno lavorato Samuel, Boosta e soci in questi anni: finché mantengono curiosità e voglia di fare, i Subsonica possono permettersi qualche domanda sulla mutazione della propria identità, senza troppi patemi e senza troppo scontentare nessuno, tantomeno in sede live.

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