Concerti

Recensione concerto The Cure Rock In Roma 9 luglio 2012

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 9 luglio 2012. Sono passate le 21:30 quando le luci si abbassano e cominciano a risuonare le prima note di Open. I Cure sono tornati e ad accoglierli trovano una folla di fan in attesa da ore nonostante il caldo estivo.

Recensione concerto The Cure Rock In Roma 9 luglio 2012Roma, Ippodromo delle Capannelle, 9 luglio 2012. Sono da poco passate le 21:30 quando sul palco di Rock In Roma le luci si abbassano e cominciano a risuonare le prima note di Open. I Cure sono tornati (guarda le foto) e ad accoglierli trovano una folla di fan in attesa da ore nonostante il caldo estivo e tutti i Caronte e i Minosse venuti dal cielo. Preceduti dall’energia dei Denimor, dalle parole emotive di Paolo Benvegnù, dall’intimismo di The Cranes e dai ritmi alienanti dei Crystal Castles, sono la ciliegina e la torta del lungo pomeriggio.

Robert Smith appare in forma, fisicamente e vocalmente, decisamente rilassato: una delle ultime vere star della musica che riesce nella non facile impresa di non apparire ridicolo con gli occhi cerchiati di nero e il rossetto sbaffato. E nonostante l’emozione che si fa sentire a dispetto di anni e anni di mestiere, una volta preso il largo la macchina Cure si mette in moto e travolge tutto quello che incontra. È una piacevole sorpresa la presenza di Roger O’Donnell alle tastiere, fondamentali in un certo periodo della scrittura di Smith (basti pensare al suo apporto in Disintegration).

La scaletta è in parte un tributo agli anni Novanta, periodo che tocca il suo apice con Wish, da cui sono tratte le solari High, Friday I’m In Love, Doing The Unstuck (sentire Smith che canta ‘let’s get happy’ non ha prezzo), la malinconica From The Edge Of The Deep Green Sea, End, e Trust, forse una delle più belle canzoni d’amore mai scritte. Non mancano (anche se dobbiamo ammettere che ne volevamo di più) i classici: Lovesong, A Forest, Lullaby, Pictures Of You, Just Like Heaven, Close To Me.

Assenti illustri le tracce di Pornography, rappresentato solo dalla claustrofobica One Hundread Years. Poi The Caterpillar, Wrong Number, Mint Car, a conferma di una scaletta sostanzialmente pop. Ripescaggio a sorpresa nel secondo bis, con The Kiss: tanto inattesa quanto apprezzata. Finale con l’immancabile Boys Don’t Cry: tutti saltellano, compreso Smith, in quel suo modo così teneramente scoordinato che lo caratterizza fin dall’inizio. Agitate bene, servite caldo, e otterrete le quasi tre ore di concerto che confermano la generosità di una band storica che non ha certo smesso di divertirsi.

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