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Recensione concerto The Stone Roses Ippodromo Milano 17 luglio 2012

Milano, Ippodromo del Galoppo, 17 luglio 2012. Manca un’ora al concerto degli Stone Roses – non sono neppure le otto e mezza di sera – quando Mick Jones, accompagnato da un manipolo di vecchi amici che va sotto il nome di Justice Tonight, fa la sua comparsa sul palco.

Recensione The Stone Roses Milano 2012Milano, Ippodromo del Galoppo, 17 luglio 2012. Manca un’ora al concerto degli Stone Roses – non sono neppure le otto e mezza di sera – quando Mick Jones, accompagnato da un manipolo di vecchi amici che va sotto il nome di Justice Tonight, fa la sua comparsa sul palco (guarda le foto). Un progetto di beneficienza a favore della verità per le 96 vittime della strage dello stadio di Hillsborough a Sheffield e che vede Pete Wylie (Wah! Heat) e i Farm al completo affiancati all’ex Clash. Un repertorio quasi completamente dedicato ai pezzi leggendari della punk band londinese – da Rock The Casbah a Train In Vain passando per Bankrobber, Should I Stay Or Should I Go? e White Man (In Hammersmith Palais) – anche se l’atmosfera è più quella di un passatempo decoroso che non di un progetto compiuto. Comunque sia, vedere Mick sorridente sul palco è sempre un buon modo per passare la propria serata, specialmente se, di seguito, salgono sul palco gli Stone Roses, autori di quella che si candida a essere la reunion dell’anno.

Che abbiano intenzione di incidere un disco assieme oppure no (e visti i precedenti…), l’occasione di vederli dal vivo (guarda le foto del concerto) è di quelle ghiotte e il pubblico dell’Ippodromo mostra di conoscere a menadito tutte le canzoni della setlist, aggiungendosi spesso a Ian Brown nei ritornelli e nei cori. I quattro Roses mostrano una forma invidiabile, sono invecchiati ma nemmeno poi troppo e suonano come una macchina ben oliata e carburata, come se gli anni non fossero mai passati. John Squire è bravissimo a ricamare con la chitarra senza mai esagerare, Mani è il solito motore al basso e Reni è la vera sorpresa, un batterista davvero formidabile e con uno stile personale.

E poi, al centro della scena, c’è Ian Brown, microfono e tamburelli, mattatore del palco e maestro delle cerimonie: si parte con I Wanna Be Adored e da lì in avanti la festa è di quelle a cui tutti vorrebbero partecipare. Il primo album è quasi interamente saccheggiato – il meglio arriva con Made Of Stone, This Is The One, Waterfall, Ten Storey Love Song, She Bangs The Drums e (Song For My) Sugar Spun Sister – ma c’è spazio anche per una vibrante Love Spreads, per due singoli d’eccezione come Sally Cinnamon e Mersey Paradise e per una lunghissima Fools Gold (il capolavoro dei Roses), tutta vibrazioni funky e wah wah, che incorpora pure citazioni sparse di Beatles e Chic. Resta giusto il tempo per il gran finale di I Am The Resurrection, altri nove minuti da brividi. Chissà che roba vederli a Manchester.

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