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Two Door Cinema Club a Milano, consacrazione live per la band inglese

Recensione Two Door Cinema Club MilanoMilano, Magazzini Generali, 22 febbraio 2013. Questa è una recensione di parte. Lo ammetto. Senza il vanto di quelli che hanno visto, scoperto o inventato tutto prima di tutti. A me i Two Door Cinema Club piacciono e sono sempre piaciuti perchè vanno a toccare una parte di me stesso ancora non del tutto musicalmente soddisfatta e che ancora cerca e vuole sonorità come queste. Nell’estate 2010, a pochi mesi dall’uscita del loro album d’esordio Tourist History, indignato perchè non fosse prevista una tappa italiana della band, ho trascinato un gruppo di amici fino a Cannes in Francia per vederli suonare dal vivo. Quindi sì, sono un po’ una groupie…

Stasera i Magazzini Generali registrano il tutto esaurito. Orario di inizio previsto le 21. Decido di non crederci. E faccio male. Arrivo al pelo e, mentre mi butto dentro al locale, Sam e soci sono già sul palco. Attaccano con Sleep Alone, primo singolo che ha lanciato l’uscita di Beacon, il secondo album della band, seguita a ruota da Undercover Martyn, senza dubbio uno dei brani più energici del precedente album. Ciao, buonasera, grazie. Ci siamo. Ci sono. Ed è subito tutto veloce e frenetico come le ritmiche di questi brani spensierati, allegri, dolci ed allo stesso tempo energici.

Mi guardo finalmente intorno. Molta gioventù, molti cappellini di lana, abbigliamenti marcatamente hypster, molti stranieri, qualche elemento da settimana della moda. Nulla che non fosse previsto. I ragazzi sul palco sono senza dubbio un fenomeno di costume oltre che una band di tutto rispetto. E qui siamo a Milano baby, t’è capì…?

Il palco è molto semplice mentre da segnalare un impianto luci di tutto rispetto. Nulla di complesso: delle file di led come sfondo e dei fasci di luce motorizzati come frontali, che vanno a tracciare delle scie tra il pubblico e giocano con una serie di grosse e piccole mirrorball appese al soffitto. Ogni brano ha le sue cromie e la sua evoluzione. Un light design ottimo e perfettamente sincronizzato con la band, che va a creare un impatto live ancora più emotivo e coinvolgente (guarda le foto).

Si passa di corsa a Do you want it all? e This Is The Life, seguite da Wake up. Il pubblico si scalda e quando arriva Sun, tra i fasci di luce gialli e arancio, tutti battono le mani a tempo sullo scarno e particolare ritornello di quello che, a mio avviso, è uno dei più interessanti punti di ricerca di questo nuovo disco. Sam è a suo agio e canta con padronanza vocale, permettendosi vari cambi di linee vocali. Senza dubbio i brani nuovi hanno qualcosa in più che si percepisce sentendoli affiancati a quelli del disco precedente. E’ una questione di maturità.

Arriva Pyramid e tutto il locale si tinge di blu e viola, mentre si incendia di bianco nell’emozionante ritornello. Poi arriva subito I Can Talk. Questo è un concerto che vuole bruciare le tappe. E’ passata solo mezzora e nessuno se la aspetta di già, perchè tutti la vorrebbero come brano di chiusura. E invece no. Ah oh ahah oh – ah oh ahah oh! E si parte! Ballano tutti i magazzi, illuminati di rosso e bianco. E’ il singolone. E’ l’inevitabile. E’ il senso di appartenenza.

Poi c’è Next Year, la opening track di Beacon, che è un piccolo capolavoro che racchiude in se tra le liriche e la composizione musicale uno dei passi più importanti per la crescita di questa promettente band. I’ll Be Home For Next Year vuol dire distacco e speranza e insicurezza infinita, tutto allo stesso tempo.

Poi c’è Something Good Can Work, che se fosse un colore sarebbe il giallo e se fosse una stagione sarabbe l’estate, quella calda di agosto, quella del 2010 ad Alghero, almeno per me. Con quelle centomila parole tutte insieme che cerchi di cantare veloce velocissimo “Let’s make this happen, girl you gonna show the world that something good can work and it can work for you, and you know that it will!”. Che vuol dire “cazzo proviamoci che siamo giovani”. Una specie di manifesto di speranza e fiducia, soprattutto in se stessi. Da dedicare con sincerità a tutti quei volti distesi presenti stasera. Questa è per voi, fatela diventare il vostro inno.

Canzoni che sanno di estate dopo il diploma, di inconsapevole libertà, di bagnasciuga, di interrail, di limoni selvaggi e di amori rapidi, appassionati e nuovi.

E’ il turno di Handshake, una strofa travestita da Depeche Mode con la cassa dritta, seguita da un ritornello in levare che fa ballare anche i comodini. E forse è proprio questo che rende i brani del nuovo disco diverso dai precedenti. Più aperture e meno ingenuità. L’ultimo brano prima della pausa è Eat that up, it’s good for you e dopo meno di un’ora di concerto i ragazzi scendono dal palco rifugiandosi nel backstage.

Ma vero che tornano?
Certo che tornano.

E’ Someday a riaprire le danze. Attacca in levare e senza chiedere permesso tira in mezzo nuovamente tutto il pubblico presente. Mani per aria e ritornellone cantato in coro a squarciagola. Chiudono Come back home e una spettacolare What you know, forse i due brani meglio eseguiti della serata.

Resta poco altro da dire.

Un’ora e un quarto per un concerto che molti liquiderebbero come troppo breve, e che invece io definirei semplicemente intenso per aver fatto vibrare l’aria, le braccia, i culi e le gambe della meglio gioventù milanese, che sa valutare più per profondità che per durata (chè la durata annoia). E nello scroscio di applausi, mentre ancora risuonano le ultime note, si percepisce la giusta consacrazione di una band di poco più che ventenni che è solo all’inizio-inizio della propria crescita musicale.

E adesso tutti a casa che domani si va a scuola.
Perchè alla fine è davvero solo una questione di maturità, inteso come “esame di”.

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