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Ultravox a Milano: la recensione del concerto

Recensione concerto Ultravox MilanoMilano, Alcatraz, 5 novembre 2012. Ci sono piaciuti gli Ultravox? Ci sono piaciuti. E chi se l’aspettava?! Che belle canzoni, che bella voce, che belle luci! Da serissimi professionisti, non si sono concessi neanche il quarto d’ora accademico: ieri sera all’Alcatraz a Milano, hanno cominciato a suonare alle 21 precise, cascasse il mondo, proprio mentre io cercavo parcheggio. Mi stavo così perdendo la favolosa intro con il singolo di lancio dell’omonimo, nuovo album, Brilliant. Un disco pubblicato quest’anno, a distanza di 26 anni dall’ultimo realizzato con la formazione storica (a parte due album negli Anni ’90, con il solo Currie e altri musicisti), la stessa che sta calcando i palchi di tutta Europa dopo la reunion avvenuta nel 2009: Midge Ure voce e chitarra, Chris Cross al basso, Warren Cann batteria e lo straordinario Billy Currie tastiere e violino, e tutti ai sintetizzatori.

E chi l’ha detto che la musica Anni ’80 era tutta garbage (ovvero monnezza)? Sfido chiunque degli artistucoli di oggi a inventarsi le melodie elettropop originalissime che si sfornavano a go-go, e di cui gli Ultravox sono un eccellente esempio. Dal vivo, per altro, le loro canzoni acquistano un’anima calda e molto più rock che su disco resta nascosta nelle retrovie: ed emerge, prepotente, la voce di Midge Ure, assolutamente pazzesca ed energica. Tanto per intenderci, la stessa che fece del singolo Breathe un tormentone planetario da spot tv.

Una voce che s’innalza, appunto, sulla stupenda Rise, sempre dall’ultimo album, e di nuovo su Live. Colpisce anche il gioco di luci accuratamente studiato, che segue passo passo i brani creando un’atmosfera unica (clicca qui per guardare le foto): da brividi il fascio di luce azzurra che avvolge Midge durante gli assoli di chitarra in Lie. E nella strumentale Astradyne (1980) i fari bianchi battono in sincronia col ritmo fendendo il buio, per poi lasciare spazio sul fondale a immagini ipnotiche.

Melodie mai scontate, a volte divertenti come nella fantastica Sleepwalk, pezzo super elettrico che Ure dal palco definisce “some old school British electronic rock”: sulla stessa linea d’onda All Stood Still, altro reperto del 1981. Ovviamente non poteva mancare uno dei cavalli di battaglia, la storica Vienna.

E poi, a un certo punto, un colpo al cuore: Midge Ure strilla: “One question, are you dancing?” e attacca un pezzo che mi catapulta con una forza inarrestabile nella mia infanzia. All’improvviso mi parte un chakra (o più probabilmente un neurone) e ho la rivelazione: mi ritrovo a cantare a squarciagola Dancing With Tears In My Eyes, rimasta sepolta chissà in quale angolo del mio cervellino per anni, senza ricordarmi che fosse degli Ultravox! Mi sono commossa… anche perché è una canzone di una bellezza struggente.

Intanto i quattro sul palco (una media di 60 anni d’età, non so se mi spiego) non accennano a fare pause, e chiudono due ore serrate di live con un paio di bis notevoli: The Thin Wall e una versione di The Voice che spiazza, con un finale acustico di sole percussioni. Gran concerto, un electro-pop-rock di gusto, quasi elegante ma per niente asettico. E gli Ultravox danno l’idea di gente che ci credeva allora, e ci crede ancora: nessuna reunion farlocca, qui c’è amore vero per la musica vera.

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