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Recensione concerto Vinicio Capossela Milano Tunnel 6 novembre 2012

Recensione_concerto_Vinicio_capossela_milano«Il rebetiko è musica nata da una catastrofe, da una grande crisi e da una colossale migrazione. Ha dentro di sé il cromosoma della ribellione e della rivolta individuale». Negli elementi che definiscono il rebetiko – musica tradizionale greca – ci sono tutte le caratteristiche del concerto che il capitano Capossela ha regalato al Tunnel di Milano (guarda le foto del concerto). Un locale anomalo per la caratura di Vinicio, ma la sorpresa è constatare che sembra la dimensione adatta per lo spettacolo che il Capitano ha preparato. Una taverna. Greca. Perché l’atmosfera è quella del rebetiko. Sono lontani i grandi palchi, i grandi teatri. Come seduti in cerchio ad ascoltare il Vate, il pubblico si raccoglie come una comunità, perché è tutto qui il significato profondo di questo live: lo spirito comune. Ed ecco allora che il Tunnel si fa centro di questo racconto, un locale che raccoglie i transiti della stazione Centrale, respirando l’aria degli arrivi e delle partenze.
Ed ecco che Vinicio accende la prima luce accompagnato dal vivo da quei musicisti che il rebetiko ce l’hanno nel sangue e che hanno collaborato anche al disco (Vassilis Massalas alla chitarra e baglamas, Ntino Chatziiordanou alla fisarmonica e all’organo Farfisa, Dimitri Emmanouil alle percussioni e il solista del bouzouki Manolis Pappos). Nel borderot della taverna ecco Abbandonato (traduzione di Los Ejes de mi carreta di Atahualpa Yupanqui) prima canzone dal suo nuovo lavoro Rebetiko Gymnastas, i pezzi di Vinicio rivisitati in rebetiko, come Con una rosaCorre il soldato (tutte e tre estratte da Canzoni a manovella), Misirlou, antichissimo brano greco reso celebre dal mondo del cinema grazie a Pulp Fiction. Non ci sono i balli canonici con cui danza Vinicio, ma con quella musica che per il popolo greco ha lo stesso valore del blues per i neri o il tango per gli argentini e il fado per i portoghesi si porta dietro i pensieri e le pene degli emarginati, la loro povertà e quella prigione fatta di droghe e storie d’amore perdute, non sarebbero
E le taverne ne sono piene, come i porti,  che «sono per le musiche quello che è il polline per i fiori».

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