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Recensione Leonard Cohen Arena di Verona 24 settembre 2012

Nel pomeriggio che precede il concerto, un violento temporale… Leggi la recensione del live di Leonard Cohen all’Arena di Verona, 24 settembre 2012.

Recensione Leonard Cohen Verona 24 settembre 2012Arena di Verona, 24 settembre 2012. Nel pomeriggio che precede il concerto di Leonard Cohen, sul capoluogo veneto si abbatte un violento temporale, tanto da mettere in forse lo spettacolo. Il meteo però promette bello, quindi mi muovo verso l’Arena fiducioso. Quando entro le tribune sono ancora bagnate, ma basta asciugare la sedia e metterci sopra un telo portato da casa. La serata è fresca ma il cielo è limpido e stellato. Sono le 21 spaccate quando l’artista canadese, seguito dalla band, prende posto sul palco. Viste le temperature e l’età media del gruppo ho paura che non duri più di un’ora e mezza. Sarà così: alle 22,30 precise (ma sono svizzeri?), dopo una quindicina di brani eseguiti in un’atmosfera d’altri tempi (era da un pezzo che non vedevamo i microfoni con i fili) termina il concerto. Ma è solo una pausa, come si affretta a ricordare lo stesso Cohen: «Non andate via, vi aspettiamo tra 15 minuti». Del resto, 45 anni di carriera non si liquidano in 90 minuti.

Eccoci quindi nella seconda parte del concerto, che ricomincia esattamente da dove era terminato, con il cantautore/poeta canadese che ringrazia tutti per non essere andati a casa. Leonard non ha perso il suo fascino, sfoggia una verve ed una simpatia fuori dal comune. Lo stile è quello, inconfondibile, che amiamo da decenni. Con quella voce grave e profonda che canta testi poetici. Sul palco, oltre ai classici strumenti chitarra-basso-batteria-tastiere si alternano mandolino, arpa, violini, fisarmonica, armonica a bocca e contrabbasso. Tutto incorniciato da un meraviglioso coro. Spettacolo gentile, ma non per questo privo di vibrazioni. Anzi, dentro l’Arena si sprigiona un’enorme energia. Il pubblico ovviamente è over 40 ma ci sono anche i giovani (Caterina Guzzanti è seduta in prima fila). La band è elegantissima: con gli uomini in abito scuro, cravatta e cappello in testa, le donne in tailleur (guarda le foto). Cohen non porta la cravatta ma sfoggia un gessato doppiopetto e l’immancabile borsalino. Il palco è essenziale, senza sfondo, con l’Arena stessa che fa da quinta.

Il concerto era cominciato con Dance Me To The End Of Love, eseguita in una tonalità molto bassa che l’ha resa ancora più introspettiva. Dopo i ringraziamenti formali alla città di Verona ed al pubblico, Leonard aveva anche promesso che durante il concerto lui e la band avrebbero dato «tutto quello che abbiamo da darvi». Mi colpisce il testo di The Future, che su YouTube esiste in versione censurata, con tanti beep su frasi come “Give me crack and anal sex”. Non poteva mancare Suzanne, una poesia scritta nel ’66 e poi trasformata in canzone l’anno successivo, divenuta celebre in Italia grazie all’interpretazione (in italiano) di Fabrizio De Andrè, datata 1974. Leonard dedica il pezzo proprio al nostro adorato menestrello. Nella setlist (leggi la scaletta completa) anche brani tratti da I’m Your Man dell’88: la title track e Every Body Knows.

È mezzanotte quando Leonard intona Alleluia, una preghiera universale impossibile da cantare con gli occhi aperti. Poi il walzer di Take This Waltz e la chiusura con Different Sides, tratta dall’ultimo Old Ideas. Sembra proprio finita ma Cohen, ballando in un modo che ricorda Roberto Benigni, rientra inaspettatamente per un altro paio di bis. So Long Marianne e First We Take Manhattan, estemporanea e divertente scorribanda nell’elettronica. Scatta una interminabile e inevitabile standing ovation, con il pubblico in piedi, sulle gradinate come in platea, che balla divertito. Grazie Leonard, hai mantenuto la promessa.

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