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Recensione The Cure New Order Heineken Jammin' Festival 7 luglio 2012

Rho, Fiera Milano Live, 7 luglio 2012. Terzo e ultimo giorno dell’Heineken Jammin’ Festival all’insegna della musica inglese con i Cure e i ritrovati New Order. Prima di loro, Parlotones, Crystal Castles e il Cile, unico italiano del festival.

Recensione Cure Heineken Jammin' Festival 2012Rho, Fiera Milano Live, 7 luglio 2012. Terzo e ultimo giorno dell’Heineken Jammin’ Festival all’insegna della musica inglese con i Cure e i ritrovati New Order. In realtà la giornata ha offerto molto di più, grazie alle performance dei Parlotones, sudafricani, dei Crystal Castles, anche loro inglesi, e del Cile, unico italiano presente nell’intero cartellone del festival. Dopo le nubi e la pioggia di ieri, il sole è tornato a splendere su Fiera Milano Live, riempita (forse non è il termine adatto) da circa 12.000 persone. Poche o tante, dipende da come la si vuole vedere. In ogni caso, chi è stato a Rho oggi non può certo dire di essere tornato a casa deluso: la musica, quella buona, non è mancata.

Da quanto i Cure non suonavano in Italia? Parecchi anni – a dir la verità era parecchio che non suonavano proprio. Ci piace pensare che sia questo il motivo per cui Robert Smith e compagni abbiano regalato al pubblico di Rho uno show di quasi tre ore. Non solo lungo: intenso e soprattutto bello (guarda le foto). Un’acustica perfetta – decisamente migliore delle precedenti serate – ha permesso alla gente accorsa all’ultimo giorno dell’Heineken Jammin’ Festival di godersi al meglio lo spettacolo degli inglesi, trascinati dalla voce e dal carisma di Mr Smith. È stato sorprendente notare quanto le sue corde vocali siano ancora integre, con 35 anni di concerti sul groppone, ma è stato ancora più sorprendente notare la compattezza di una band che pure nel tempo ha subito diversi avvicendamenti.

La prima pausa è arrivata dopo 100 minuti di concerto ma nessuno si era accorto di quanto tempo fosse passato dall’inizio. Merito, soprattutto, delle canzoni (leggi la scaletta). La quantità di hit che i Cure hanno a disposizione è davvero impressionante. Basti pensare che nei primi dieci pezzi hanno trovato posto Pictures Of You, Lulluby, Lovesong e Just Like Heaven, giusto per citare le più famose. E subito dopo sono arrivate Play For Today, A Forest, The Walk, Friday I’m In Love e tante altre ancora, fino a Disintegration, che avrebbe dovuto chiudere lo show dopo 1 ora e 45 minuti. Ma i tempi di un festival male si addicono a una grande live band come i Cure: tempo un paio di minuti e rieccoli sul palco per un’altra ora di show. Fino al finale, con Boys Don’t Cry, che ha degnamente concluso il live. Per fortuna l’ATM aveva programmato corse notturne della metropolitana ben oltre i normali orari.

Credo che ogni singolo spettatore abbia potuto ascoltare la sua canzone preferita dei Cure. Non capita spesso ed è un grande regalo. Insomma bravi e generosi, gli inglesi. Robert Smith è sempre il grande frontman che abbiamo imparato a conoscere, pur bloccato di fronte all’asse del microfono – ha giusto accennato qualche movimento da orsacchiotto, niente più. Ma la sua presenza scenica penetra la folla a prescindere dai movimenti del corpo. Grandissimo.

A scaldare il pubblico prima degli headliner ci hanno pensato i ritrovati New Order. La band inglese, in Italia dopo moltissimi anni, ha regalato un set di dodici brani (leggi la scaletta) entusiasmante. Pur privi di Peter Hook, Bernard Sumner e compagni hanno incantato: i grandi musicisti non disimparano a suonare anche se hanno parecchi anni di inattività alle spalle. Del resto stiamo parlando di un gruppo che ha fatto la storia della musica rock, prima sotto l’effige Joy Divison, poi (dopo la morte di Ian Curtis) con la ragione sociale New Order. È stato davvero emozionante ascoltare brani come Blue Monday, Temptation e, soprattutto Love Will Tear Us Apart, vero e propria canzone-icona degli anni Ottanta. Nonostante la carta d’identità, impietosa, dica di un gruppo avanti con gli anni, all’Heineken Jammin’ Festival abbiamo visto lo spettacolo di una band che non ha nulla di vecchio. Anzi, il sound degli inglesi è assolutamente attuale. Speriamo solo non sia stata l’ultima occasione di ammirarli.

Dopo i vincitori dell’Heineken Jammin’ Festival Contest, Birds Vs. Planes e All About Kane, è toccato al nostro portabandiera aprire le danze. Il Cile (Lorenzo Cilembrini) era l’unico italiano nei tre giorni dell’HJF 2012. Aretino – come i Negrita, di cui è amico e collaboratore (ha lavorato ai testi di Dannato Vivere) – ha già avuto modo di farsi notare con il singolo Cemento Armato, naturalmente uno dei cinque pezzi in scaletta a Rho, e la collaborazione con i Club Dogo (per il pezzo Tutto ciò che ho dei Dogo). «Oggi per me stata un’emozione incredibile. Suonare su un palco del genere è un sogno che si avvera – ci ha raccontato il Cile – un altro passo in avanti nella carriera che mi piacerebbe costruire. Io comunque resto con i piedi per terra, anche se sembra un frase fatta. Ho tanta voglia di suonare e scrivere». Tanto che non è ancora uscito il suo primo disco, ma lui sta già lavorando ai brani del prossimo. «Se pensiamo che la musica sia ancora negli anni Settanta, siamo fuori strada. C’è da rimboccarsi le mani e lavorare, tanto».

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