Un concerto da Re, Robbie Williams conquista San Siro

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Robbie Williams si è esibito in concerto a Milano stregando lo Stadio San Siro con la propria irresistibile energia. Ecco la recensione dello show.

Milano, Stadio San Siro, 31 luglio 2013. Pop. Per molti continua a essere una sorta di parolaccia. Un marchio con cui bollare musica ritenuta facile, commerciale, usa e getta. Ma pop può essere semplicemente una sigla che racchiude ottime melodie, arrangiamenti curati e uno spettacolo di grande impatto, costruito su imponenti trovate sceniche, pur lasciando spazio a improvvisazione e cazzeggio. E in tutto questo, a San Siro, Robbie Williams ha dimostrato ancora una volta di essere di un’altra categoria. È toccato a lui chiudere la lunga estate calda dei concerti al Meazza. Aperta da Springsteen e proseguita con Bon Jovi, Jovanotti, Negramaro e Depeche Mode, la serie di show (quasi) tutti sold out ha spento le luci sul faccione di Robbie, quello campeggiante sullo sfondo dell’imponente scenografia dai toni oro del suo palco, kitsch come gran parte dello spettacolo, ma perfettamente in linea con un personaggio che ha fatto dell’egocentrismo e del muoversi sopra le righe un marchio di fabbrica.

A scaldare l’atmosfera (come se nel caldo-umido milanese ce ne fosse bisogno) ci pensa Olly Murs – prodotto dell’X Factor britannico capace di sfornare in tre anni altrettanti dischi multiplatino -, che di Robbie è una sorta di figlioccio: una stima iniziata proprio a X Factor, con un duetto nel 2009, e ora concretizzatasi nella decisione di Williams di affidargli l’apertura di show per tutto il tour negli stadi.

Il piatto forte della serata arriva poco dopo le nove. L’inizio è di quelli a effetto: Robbie compare sul cucuzzolo del capoccione, a quasi trenta metri d’altezza, e plana sul palco agganciato a una carrucola. Tempo di lanciare Let Me Entertain You e lo stadio è una bolgia. Con frac di lamè nero, e mini asta del microfono usata a mo’ di bastone, impiega un minuto netto a prendere possesso del palco e del pubblico. Il contrasto con le immagini d’archivio, scorse durante l’intro, è evidente: appesantito, un po’ invecchiato, ma non certo sedato nel modo di interpretare uno spettacolo che è puro intrattenimento, esaltazione dell’ego all’ennesima potenza. Su Not Like The Others entra in scena un ulteriore mezzo busto: tra il Robbie in carne e ossa, lo sfondo, i maxi schermi e la scultura metallica (dalla cui testa escono palloncini), la moltiplicazione della star è completa. Come si deve in un concerto totalmente costruito sul protagonista, tanto che la band di accompagnamento di fatto sparisce. Una (piccola) deroga al one-man show si ha per Kids: mancherebbe Kylie Minogue, con chi sostituirla? Una corista sarebbe banale. Ecco quindi rispuntare Olly Murs per un duetto dove i due “ragazzi” danno l’idea di divertirsi un mondo.

Per Sin Sin Sin altro faccione linguacciuto, questa volta con pedana, in scena. Invece che palloncini dalla testa partono fiamme mentre Williams e buona parte del gruppo vi montano sopra per una robustissima versione di Bodies.
Le tante sfumature di Robbie ci sono tutte, non solo dal punto di vista iconografico: musicalmente riesce ad accostare il classico di Cab Calloway, Minnie The Moocher, a un breve accenno di Back In Black degli Ac/Dc, mentre in Come Undone si permette persino di inserire un estratto di Walk On The Wild Side di Lou Reed. La cornice scenica è imponente e, a tratti, stordente, ma Williams è in grado di dimostrare che, a dispetto di maxi scenografie e giochi pirotecnici, per fare spettacolo basta molto meno. Per esempio portando alle estreme conseguenze il concetto di “utilizzo del fan”. Ne sa qualcosa la povera Chiara, portata sul palco e trasformata in protagonista per due pezzi: prima Everything Changes dei Take That intonata a mo’ di serenata mentre tiene la ragazza sulle ginocchia, e poi, tutti e due in un lettone montato verticalmente sul palco per Strong. E anche il momento acustico regge benissimo: con i soli tre accordi che sa eseguire alla chitarra (parole sue) Robbie tiene comunque alta la tensione con versioni minimal di Millennium, Better Man e Sexed Up. Inutile dire che siparietti con il pubblico si sprecano, tra balletti improvvisati, richieste di marijuana (avendo colto un inconfondibile aroma venire dalle prime file…) e battute sul suo “grosso grosso pene”. Tutti espedienti per tenere alte attenzione e divertimento anche quando, sui brani più recenti (Gospel, Be A Boy) il calo di trasporto del pubblico è evidente. Me And My Monkey, Candy e Hot Fudge sembrano fare solo da preludio alla chiusura del set regolare affidata a Rock Dj.

Il trittico destinato ai bis è invece tanto telefonato quanto d’effetto. Appollaiato nella bocca spalancata dell’ennesimo faccione, che si tramuta in teschio, Robbie apre con Feel, quindi momento accendino (anzi, ormai telefonino) con She’s The One, per la quale chiede aiuto al pubblico per una nota acuta che lui non riesce più raggiungere, e poi gran finale con Angels, con tanto di fuochi d’artificio e una coda a cappella per poter dare il “la” ai 55mila entusiasti che vogliono cantarla al posto suo. Il “re” passa così la corona ai suoi fan e ascolta ammirato a bocca aperta subito prima di uscire di scena.

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