Robert Plant riesce nell’arduo compito di non sembrare un’attempata riedizione di se stesso

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di Claudio Morsenchio
Foto di Elena Di Vincenzo

Assago Summer Arena, Milano, 20 luglio 2016. Come spesso capita d’estate, i giganti del rock invadono l’Italia con i loro show, le loro roboanti carriere ed il loro fedelissimo seguito. Ieri è stata la volta di Robert Plant, che dopo un lunghissimo tour negli States è sbarcato nel Vecchio Continente per concedersi tre tappe tricolori: Milano, Napoli e Taormina.  Ad accompagnarlo un’affezionata band che lo affianca da qualche tempo, the Sensational Space Shifters, un combo multietnico e multigenerazionale che contamina, assembla, riarrangia nuovi e vecchi successi dell’icona britannica.

La Summer Arena di quest’anno è più accogliente e raccolta rispetto alle precedenti edizioni e nonostante la posizione vista-tangenziale, il palco e la visuale sono delle migliori. Plant sale on stage in completo nero, con tanto di camicia di seta con vistosi ornamenti rossi. Vederlo dal vivo è emozionante come sempre: mimica, postura, carisma intatti nel tempo lo rendono ancora oggi uno dei singer più idolatrati. La breve scaletta (purtroppo solo un’ ora e mezza di show) interpreta e personalizza gran parte della storia del rock, attingendo ampiamente al materiale dei Led Zeppelin ma integrando suoni e colori del mondo per dare vita ad un patchwork contemporaneo, gradevole e variegato.

Una rurale Poor Howard introduce il concerto fra suoni traditional e battiti di mani, seguita da Turn It Up e da una Black Dog completamente rivisitata, subito riconosciuta dagli attenti fan di matrice zeppelliniana. Plant sembra leggermente affaticato, sia vocalmente che fisicamente: nonostante l’eta abbia messo a dura prova la sua estensione vocale, se la cava però egregiamente con maestria e sapienza, lasciando intelligentemente molto spazio alla band. Ed è un bene: i musicisti sono fenomenali e gestiscono alla perfezione la serata, alternando atmosfere minimal e suoni elettronici. Plant sa benissimo che sarebbe inopportuno fare uno show-karaoke di tutta la discografia degli Zep (anche se più di qualcuno tra i presenti vorrebbe ascoltare solo quella) e quindi stravolge ed accenna vecchie hit e storiche partiture, nascondendole fra nuovi accordi e piccoli medley, e mai eseguendo i successi del “dirigibile” in maniera integrale.

Bellissima l’interpretazione di What Is And What Should Never Be, ed evocativo il binomio No Place To Go/Dazed And Confused. Il suono non è sempre perfetto e talvolta non rende merito alla magia che riesce a fare la band: ottimi il chitarrista Justin Adams e il violinista e polistrumentista africano Judeh Camara, che personalizzano ogni pezzo con carattere e tecnica. La chitarra acustica accende la voce di Plant in una sofferta versione di Babe I’m Gonna Leave You mentre la recente Little Maggie esalta le sonorità world degli Shifters. Il gioco consiste nel far spaziare di continuo l’ascolto fra passato presente, introducendo ogni tanto “ingombranti” cenni storici, in modo da rendere accattivante ed originale lo show: tra i risultati miglio, un entusiasmante trittico formato da I Just Want To Make Love With You/ Whole Lotta Love/Hey! Bo Diddley che annulla la distanza fra epoche ed interpreti.

Il finale è dedicato a Bluebirds Over The Mountain che introduce una smussata Rock And Roll ed una poetica Going To California con chitarra acustica e mandolino, durante la quale la voce di Plant si arrampica fra ammiccanti sguardi e conturbanti sorrisi. Quello a cui abbiamo assistito è un viaggio musicale culturalmente edulcorato, per molti ma non per tutti, durante il quale Plant sperimenta, ricerca, gioca, evitando con efficacia di apparire come un’attempata riedizione di se stesso.

Le foto del concerto

 

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