Il miracolo Rockin’1000 si ripete: cronaca di un evento storico

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di Luca Garrò
Foto di Luca Lucchesi

Stadio Dino Manuzzi, Cesena, 24 luglio 2016. E così, il miracolo si è ripetuto: chi pensava che i ragazzi di Rockin’ 1000 si sarebbero fermati dopo l’impresa di Learn To Fly, che fu in grado di portare i Foo Fighters in Romagna, ha dovuto ricredersi. Lo staff capitanato da Fabio Zaffagnini si trovava di fronte a un doppio ostacolo: da una parte far impallidire il ricordo di un evento in grado di superare le trenta milioni di visualizzazioni su YouTube, con un’eco mondiale capace di far giungere il nome di Cesena persino sul Sunset Strip di Los Angeles e dall’altra, logicamente, la nuova idea doveva essere ancora più folle ed ambiziosa della precedente, senza più poter contare sull’effetto sorpresa.

Ebbene, se non eravate presenti allo show, è davvero difficile che riusciate a capire fino in fondo cosa sia successo allo stadio Dino Manuzzi ieri sera. Innanzitutto, perché è pressoché impossibile descrivere con parole di uso comune una cosa mai avvenuta al mondo in precedenza e poi perché, non avendo mai potuto assistere a qualcosa di simile, ogni emozione provata aveva un sapore completamente diverso da quelle che qualsiasi altro concerto (anche gli eventi più grandi) era stato in grado di scatenare. Il primo impatto all’ingresso dello stadio è già da brividi, con tutti gli strumenti posizionati sul prato e l’invasione dei musicisti che, scaglionati, entrano nello stadio accompagnati dal boato del pubblico. Si respira un’aria stranissima, quella di quando chiunque, dagli organizzatori ad ogni singolo spettatore, sono consapevoli che, da lì a poco, la storia non sarà più la stessa.

L’avevano definita la più grande rock band sul pianeta e questo è stata: 1200 musicisti, divisi tra voce, chitarra, basso, batteria ed archi che suonano insieme. Il significato e la potenza del progetto appare ancora più chiaro quando decine di violini danno il via all’intro di Bitter Sweet Symphony dei Verve, ma poteva essere una qualsiasi di quelle in programma, l’impatto è devastante: sugli spalti veniamo raggiunti da un’onda sonora (anomala) che mai avevamo potuto sperimentare in passato, una sensazione completamente inedita e semplicemente commovente, tanto che più di una persona sui gradini dello stadio farà fatica a trattenere le lacrime. Un progetto visionario, curato fino alla maniacalità e costruito nell’arco di mesi grazie alla dedizione di ogni partecipante. La scaletta è di quelle che più classic rock non si potrebbero: nel corso delle due ore di show, gli oltre mille artisti presenti sul prato, tra cui i cosiddetti guru di ogni strumento, aiutati da star come Cesareo degli Elio E Le Storie Tese, Mac dei Negrita, Federico Poggipollini e Saturnino, perfettamente sincronizzati hanno ripercorso idealmente tutta la storia del rock, partendo dai padri fondatori e giungendo fino ad eroi del nuovo millennio come White Stripes e Black Keys.

In mezzo, decine di omaggi ad artisti scomparsi (in primis David Bowie, ricordato con due esecuzioni di Rebel Rebel), riattualizzazioni di brani dalla forte carica socio/politica come People Have The Power e Rockin’ In A Free World e veri e propri inni generazionali come Smells Like Teen Spirit (per chi scrive uno dei momenti più elevati di tutto l’esperimento). Alla fine della maratona, dopo quindici brani precedentemente annunciati, la chicca finale: il Maestro Marco Sabiu, altra pedina fondamentale della serata, dopo essere uscito di scena fa il suo trionfale ritorno sul terreno di gioco per i classici encore che, oltre a ripetere il brano di Bowie già suonato, vedranno celebrare prima Jimi Hendrix e poi i Led Zeppelin, con un medley davvero da brividi ed infine, nemmeno a dirlo, i Foo Fighters di Learn To Fly, quello da cui tutto ebbe inizio.

In mezzo, come ideale punto d’arrivo di un percorso iniziato l’anno scorso, un commosso e commovente Fabio Zaffagnini prende la parola per un discorso che è forse la summa della filosofia del progetto Rockin’ 1000: un’esortazione a tornare alle origini della musica popolare, in grado di eliminare barriere culturali, religiose e sociali, una sorta di genuino appello hippie all’unione contro ogni tipo di violenza e follia globale. In quel preciso momento, forse anche con un pizzico di ingenuità, ognuno di noi ha pensato davvero che una canzone avrebbe potuto cambiare il mondo.

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