Il Muro domina lo Stadio Olimpico. La recensione del concerto di Roger Waters

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L’icona rock Roger Waters torna a Roma per ricordarci che i veri classici non passano mai di moda. Ecco la recensione del concerto.

Roma, Stadio Olimpico, 28 luglio 2013. Il genio creativo dei Pink Floyd, come amava definirsi fino a qualche anno fa, approda stasera allo Stadio Olimpico di Roma per rendere tributo a se stesso riproponendo l’intero live di The Wall: uno spettacolo incredibilmente coinvolgente che, per vicende avverse all’inizio degli anni ‘80, segnò la fine dell’era Waters nei Pink Floyd, lasciando alle spalle cumuli di debiti e macerie, nonostante le potenzialità e la carica emotiva con cui le tematiche dell’opera hanno influenzato i fan per i decenni successivi.

Ne costituisce prova evidente la varietà di pubblico presente stasera: oltre 40.000 persone appartenenti ad almeno tre generazioni, bagarini ridotti a cercare biglietti da comprare e ben pochi posti rimasti vuoti fra gli spalti, meno che mai nel parterre. Rispetto ai precedenti spettacoli la scaletta è sapientemente costruita: scordiamoci di sentire – ammesso che qualcuno ne avesse veramente voglia – pezzi della pur valida carriera solista di Waters o qualsiasi altra canzone che non provenga da The Wall. La gente vuole Il Muro e lo avrà, sin dalla prima occhiata data al palco, dove troneggiano file di mattoni bianchi che saranno demolite al grido di tear down the wall! alla fine dello show, ma andiamo per gradi.

Appena spente le luci parte una campionatura di voci probabilmente estratte da quella meravigliosa anticaglia cinematografica che è il film Spartaco, mentre due potenti proiettori iniziano a trasmettere scritte laser sul muro bianco. Via con le inconfondibili note di In The Flesh, mentre sotto lo sguardo estasiato del pubblico un Roger Waters visibilmente migliorato dall’età indossa la sua uniforme e dà inizio all’esecuzione dell’opera rock, con movenze teatrali sapientemente collaudate nella consapevolezza di poter fare affidamento su una band che, dalla seconda linea dietro il muro, conosce veramente il fatto suo.

Una scritta proiettata, che recita più o meno se non ci riesci subito chiedi un attacco aereo, palesa la conclusione del brano, quando un piccolo velivolo kamikaze parte dall’alto per andarsi a schiantare sul muro, in un tripudio di scintille e motori roboanti. Arriviamo a The Wall pt.1, seguendo un collaudato copione di intensità altalenante, con la tematica della guerra che permea da lontano e da vicino ogni momento dello spettacolo: guerra autentica, che miete le vittime più volte ricordate anche per nome durante il concerto (una fra tante Jean Charles de Menezes, definito da Waters “vittima del terrorismo di Stato”); guerra con se stessi, con i propri genitori (come ignorare in tal senso l’inquietante messaggio trasmesso da Mother?), guerra portata dagli elicotteri campionati in sottofondo e dal gigantesco pupazzo raffigurante il preside che, muovendosi attaccato ai fili, minaccia dall’alto i “fortunati” inquadrati dalla luce posta sulla sua testa, urlando loro che se non mangeranno la carne non potranno avere il pudding!

Con l’arrivo di The Wall pt.2 lo stadio, come prevedibile, esplode, e per l’occasione arriva un coro di bambini a cantare le strofe più note, emblema dell’insubordinazione e della resistenza contro il plagio del conformismo. Nel frattempo i mattoni aumentano sempre di più sino a compattare completamente il muro che, su Goodbye Cruel World, lascia visibile soltanto una piccola feritoia che poi si chiude definitivamente segnando la fine del primo set.

Il secondo parte più dimesso con la splendida malinconica Hey You, mentre il muro rimane intero impedendoci di vedere gli esecutori; soltanto durante la successiva Nobody Home si apre una piccola faglia da cui esce un rilassato Roger che canta seduto in poltrona sotto la luce di un paralume. Il recupero di intensità lo abbiamo – indovinate un po’? – con Comfortably Numb, che già dalla sua prima nota fa nuovamente saltare lo stadio, in un crescendo di intensità che si manterrà sino alla fine dello spettacolo, grazie anche all’arrivo dell’immancabile maiale volante, per l’occasione agghindato in nero con un paio di zanne da cinghiale/facocero e simboli – più o meno considerati in grado di condizionare negativamente l’umanità – disegnati su tutto il corpo (dalla stella di Davide alla falce e martello, passando per la conchiglia del marchio Shell agli immancabili martelli incrociati). Alla fine della seconda In The Flesh Roger – di nuovo in tenuta dittatoriale, con occhiali da colonnello e uniforme – si cimenta pure in una smitragliata contro il pubblico, brandendo un Uzi con aria da invasato. Dedica poi Run Like Hell a tutti i paranoici presenti nello stadio e finalmente arriviamo al processo: presidi, pubblici accusatori, imputato e giudici fanno la loro parte, nel momento probabilmente più teatrale dello spettacolo, che culmina con l’agognato abbattimento del muro da cui, subito dopo averci dato il tempo necessario per riprendere fiato, esce Roger con tutta la sua band, per suonare il finale dell’opera rock, stavolta improvvisandosi alla tromba.

Applausi scroscianti e cori dal pubblico, che congedano gruppo e Waters al termine di una serata memorabile.

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