Saint Motel a Milano: il brit-indie si veste di California

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I Saint Motel tornano in Italia dopo Sanremo. Partono da Milano per portare in scena il loro concerto-fanfara. La recensione della serata del 10 marzo 2015.

Tunnel Club, Milano, 13 marzo 2015. I Saint Motel sono una band brit-indie-ish intrappolata nei corpi di quattro algidi californiani. Quando dico brit-indie-ish non sto parlando dell’influenza degli Oasis, ma degli echi di Pulp o The Smiths. Un indie con un tocco patinato, un crooner elegante e testi che sfiorano il letterario. È martedì e pare, contro ogni stereotipo del giovane milanese, che la gente preferisca essere al Tunnel piuttosto che in qualche disco dance. Un pubblico di giovanissimi che cresce man mano ti avvicini al bancone del bar.

L’apertura del  concerto è affidata agli Hope, un gruppo misto tra londinesi e due fratelli di La Spezia. La loro dance- house rivisitata in versione locale live mi lascia perplessa sull’intento della serata. In platea rispondiamo bene agli attacchi elettronici muovendoci in sincro. Stiamo scaldando i motori. Non vengono minati, invece, gli avventori della zona bar che sembrano imperturbabili. I loro visi ruotano in automatico appena le prime file scoppiano in acclamazione. I Saint Motel prendono il via con due hit dell’album che li ha fatti scoprire anche all’Italia, Voyeur del 2012. Accendono le luci natalizie aggrappate ai loro microfoni e l’impatto visivo contrasta con un suono di matrice indubbiamente estiva.

Feed Me Now e Honest Feedback procedono lisci con il plauso della folla. Dak suona il basso con la spavalderia del pop-punk miscelandolo con le partiture elettriche. Le sonorità si mescolano dando vita a una fanfara digitale che cresce con il susseguirsi dei brani della set list, grazie anche all’impiego del sax. La crescita dei Saint Motel è visibile proprio nella set list proposta dove ai brani del disco precedente contrappongono le hit charts di My Type, Ep pubblicato nel 2014.  È dal 2009 che la band californiana macina successi, già dal primo album Forplay, ma il 2014 è apparso il suo anno migliore.

La peculiarità del gruppo è che non c’è bisogno di avere familiarità con la loro musica per goderne. Ha un’atmosfera senza tempo e punta a toccare ritmi irresistibili. Ace in the Hole si apre con il synth di tromba che mi richiama alla mente gli Hall of Oates, ed è fermento. Jackson sorride e immediato è il contatto visivo con il pubblico. Appare sorpreso di sentire i suoi testi cantati da altri, oltre a sé. Stringe, occhi contro occhi, un rapporto vivido con i presenti. Il batterista non smette di ringraziare questa Milano che vuole «fare casino». Li seguiamo a braccio incuranti del nostro corpo che cerca di tenere il ritmo alla meglio. Anche nel riff funk vivace del bassista su My Type. Anche quando Jackson procede con il rito delle presentazioni dei membri della band, mentre Puzzle Pieces scorre senza batter ciglio.

In Benny Goodman tratto dal disco Voyeur, i Saint Model cantano «Stai venendo a prendermi fino a quando sarà il giorno della mia morte». Molti dei brani dei Saint Model viaggiano tra testo e sottotesto. Appena la band lascia il palco, la gente intona ancora una volta My Type. Per essere onesti, i Saint Motel non hanno ancora abbastanza materiale per giustificare un bis, ma mi lasciano con la curiosità di vedere dove arriveranno con il prossimo disco.

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