Samuele Bersani torna sul palco e si conferma uno dei nostri migliori cantautori

samuele bersani roma 2017 recensione 21 febbraio
di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Roma, Auditorium Parco della musica, 21 febbraio 2017. “A questo giro fate quello che volete ma soprattutto cantate, così io canterò ancora più forte”. Con questa frase, dopo tre pezzi e un lungo discorso introduttivo, Samuele Bersani ha aperto il suo concerto di Roma nella Sala Santa Cecilia.

Un recupero è un recupero e va rispettato in tutte le sue forme, dalle spiegazioni di partenza alla carica necessaria per “farsi perdonare”: l’Auditorium è pieno di persone accorse ad ascoltare il concerto dopo mesi di attesa. Il cantautore di Cattolica era stato costretto a rimandare la data romana del tour 2016 a causa di problemi di salute che hanno fatto temere per la sua voce. I suoi fan hanno potuto finalmente recuperare con un live che nelle prime note è sembrato timido, per poi esplodere come una supernova: con la stessa modalità diesel del protagonista.

L’eleganza di Samuele si svela da subito: declama con dolcezza dal suo leggio, scivolando tra esse grasse e sonore, mentre la voce si è fatta più matura, anche se a volte appare timida, quasi fragile. Non sempre impeccabile nell’acustica perfetta della Santa Cecilia, ma glielo si perdona. Peccato però che Le mie parole, uno dei suoi pezzi migliori (il testo è di Pacifico) venga soffocata da un arrangiamento eccessivo con il sax predominante, che esagera davvero troppo rispetto alla delicatezza del brano.

Sarà forse un problema di equalizzazione, ma perdersi le parole delle canzoni di Samuele Bersani perché sovrastate dalla musica è rompere un buon cinquanta per cento della sua magia. Il pubblico comunque gradisce e applaude. “Per me è strano aver atteso un anno e mezzo per ricominciare, lo dico subito” sorride il cantautore dopo tre canzoni. “Con questo tour siamo in partenza: oltre la paura di non riuscire più a cantare, per me che sono un emotivo e un piagnone, il peggio è stato immaginare di dover rinunciare a vedere in faccia le persone. L’idea di avervi davanti questa sera è una grande emozione, faccio fatica un po’ a gestirla” conclude.

La sensazione è quella di trovarsi al cospetto di un artista che ha rischiato di non esibirsi più, per assistere alla sua risalita di forza. S’intuisce la sua fragilità, ma anche la sua grande forza: tiene il palco con una resistenza caparbia mentre elenca la storia d’amore di En&Xanax, che si conclude in una cavalcata in stile Avicii, quindi al limite dell’esagerazione, e lui che scende a schiacciare i cinque alle prime file.

Con Spaccacuore viene accontentato: il coro è unico, i battimani cadenzano una delle sue canzoni d’amore più celebri e l’arrangiamento pulito è emozionante. Samuele scherza come è solito fare, giocando con i suoi malanni come un Woody Allen della piadina romagnola. “Il tour si chiama La fortuna che abbiamo. Io di sfiga come in questo anno e mezzo… proprio mai…” dice svelando di essersi dato una regolata sul cibo, sul fumo e di aver scampato l’influenza pre-tour. Il suo modo genuino di raccontare i vari intoppi trascina il pubblico in un vortice di risate ed emozioni.

Replay solo voce e piano sprigiona tutta la sua dolcezza: è uno dei brani più belli, non ha perso nulla del suo splendore senza tempo. E mette in luce come questa sia la dimensione migliore di Samuele, che mostra le sue canzoni così come nascono. Poi arriva il momento di un omaggio emozionato, felice e meraviglioso a Lucio Dalla con Canzone, che proprio lui scrisse per il mentore bolognese e che viene affidata al pubblico, che tributa all’artista una piccola standing ovation. Un tributo che, a onor del vero, ha potuto fare così umilmente solo lui.

Un crescendo tale non poteva che terminare in Giudizi universali, brano che quest’anno compie vent’anni e che resta il capolavoro di Samuele per tutta una serie di motivi. È come ringiovanire, tornare ragazzini e riascoltare le trasmissioni serali alla radio che passavano canzoni d’amore: e realizzare così che avevamo capito solo un centesimo della potenza evocativa di questo brano. Chiedimi se sono felice apre il finale, con Samuele che ci regala ancora un po’ di poesia prima di cavalcare un’onda reggae con Freak e ska con una Coccodrilli che lo costringe a un vero e proprio scioglilingua. Sembra finita ma non è così: c’è tempo per l’inattesa riscoperta di Senza titoli, naturalmente Chicco e Spillo e la conclusiva Cosa vuoi da me.

Un appunto che ci sentiamo di fare va a alcune versioni troppo cariche dei brani, così come il sassofono onnipresente sui primi pezzi, dove ci sarebbero stati meglio altri suoni in fraseggio. Finezze, certo, in un concerto che comunque ha il merito di aver riportato finalmente sul palco uno dei migliori cantautori italiani, e con un concerto che rende pienamente giustizia al suo repertorio.

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