Carlos Santana è (ancora) uno dei pochissimi eroi viventi delle sei corde

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di Luca Garrò
Foto di Elena Di Vincenzo

Assago Summer Arena, Milano, 21 luglio 2016. Un trionfo: solo così si può definire l’ennesima venuta di Carlos Santana in un paese che non ha mai smesso di amarlo, nemmeno in quel periodo della sua carriera in cui tutti lo consideravano una sorta di relitto di Woodstock. Dopo essere rinato a livello commerciale con Supernatural, Santana non si è più fermato, ma sostanzialmente ha provato a replicare quella formula all’infinito, finendo inevitabilmente per involversi su se stesso. La sua proposta musicale ha però recentemente ripreso vigore grazie alla pubblicazione del primo album con la formazione di Santana III a più di trent’anni di distanza: Santana IV, celebrato nel tour attuale, è tutto tranne che un disco nostalgico e preconfezionato di un artista annoiato e in cerca di facile pubblicità e il valore dei suoi brani si è moltiplicato nella loro veste live.

Il concerto di Assago, che ha chiuso magistralmente un mini tour funestato solo dall’annullamento della data di Cattolica, ha confermato nuovamente quanto valga ancora la pena andare a vedere artisti la cui età farebbe pensare a tutt’altro che al rock ‘n’ roll, soprattutto perché ogni volta potrebbe davvero essere l’ultima. Il sogno di ogni chitarrista è quello di essere riconosciuto al primo tocco e Carlos è uno dei pochissimi eroi della sei corde viventi impossibile da confondere con qualsiasi altro. Inoltre, di tutti i guitar hero nati alla fine degli anni sessanta, è stato l’unico (se escludiamo forse il solo Robby Krieger dei Doors) a non avere delle basi musicali smaccatamente blues, anche se la musica del diavolo fa comunque parte di quel tipico mix sonoro di cui Santana non solo è stato l’ideatore, ma cui nessuno in quarant’anni è riuscito minimamente ad avvicinarsi.

Il ritorno a sonorità che sembravano essere state un po’ messe da parte per lasciare spazio a canzoni comunque di classe (ma smaccatamente commerciali) ha dato nuova linfa al chitarrista, che ha finalmente ritrovato quel sorriso che, le ultime volte che l’avevamo visto, sembrava fare talvolta spazio a un po’ di mestiere puro. La differenza tra questa serie di date e quelle precedenti sta proprio in questo: se, fino alla volta prima, andare a vederlo dal vivo significava bene o male assistere allo stesso concerto dai primi anni duemila in avanti, questa volta il clima ricordava maggiormente quello dei concerti pre 1999. Certo, nonostante questo tour celebri in qualche modo la grandezza di una band che alla fine dei seventies era quanto di più originale e innovativo in circolazione, le varie hit del nuovo millennio non potevano non trovare spazio all’interno della setlist, pena il disappunto di tutti quei giovani accorsi per celebrarne la grandezza.

Tuttavia, è bello respirare (o illudersi di farlo) un po’ di quell’atmosfera da Peace & Love di cui Carlos è uno degli eredi più credibili in circolazione. Delusi, come da copione, tutti quelli che speravano in una chiusura lasciata alle note di Samba Pa Ti: chi lo conosce davvero sa che una cosa del genere non potrà mai succedere. Anni fa, una statistica mostrò che più del cinquanta per cento degli americani nati tra il 1945 e il 1952 sosteneva (nel maggiore dei casi, mentendo) di essere stato a Woodstook: tra i motivi per cui ancora oggi quel raduno viene ricordato con tanta enfasi resta proprio la presenza di Carlos Santana. Ringraziamo il suo Dio o chi per lui per averci permesso di poter godere della sua umanità, oltre che della sua arte.

 

Le foto del concerto

 

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