Se cercate un erede dei grandi songwriter americani è Sean Rowe

Sean Rowe Milano 2 marzo 2015 recensione

Sean Rowe ha suonato a Milano (per la prima volta nel nostro Paese) nell’unica tappa italiana del suo tour europeo. La recensione del concerto del 2 marzo 2015. Foto di Irene Fassini

Salumeria della musica, Milano, 2 marzo 2015. È sempre più difficile stupirsi per un concerto. E ancora più raro è restare affascinati da un artista “nuovo”. L’appiattimento degli ultimi anni è piuttosto evidente. I pochi che hanno qualcosa da dire e riescono a farlo in forme (più o meno) innovative vengono emulati nell’arco di pochi mesi. E così si resta aggrappati quasi solo ai grandi vecchi, con sempre meno speranze nelle nuove generazioni. Sean Rowe scardina completamente questi schemi ormai costituiti e, da buon rappresentante della “wilderness”, regala una boccata di quell’ossigeno che solo nei boschi di montagna si può respirare in un ambiente musicale sempre più stantio.

Il cantautore americano, con origini italo-irlandesi, ha già 40 anni e solo quattro album all’attivo (il primo pubblicato “solo” dieci anni fa). È quindi ancora piuttosto giovane nel mondo discografico, pur essendo già un uomo, e un artista, maturo. Forse per questo ha davvero tanto da dire. E da cantare. Con una voce davvero unica e un’abilità alla chitarra che lo rende versatile e capace di variare agevolmente dal country, al folk, al roots, al rock, all’R’n’B. Eppure è artista ancora poco noto. E il motivo è un mezzo mistero, o forse no. Perché oggi chi non passa in radio non potrà mai essere conosciuto.

Sarebbe facile dire che è un problema dell’Italia. O che è un problema dei nostri tempi. La realtà è che probabilmente il mondo sa essere ingiusto allo stesso modo in tempi e luoghi diversi. Basti pensare alla storia di Sixto Rodriguez o a quella di Dave Van Ronk, ritratte in due splendidi quanto diversi lungometraggi. Si esagera forse con i paragoni, ma Sean Rowe è artista che sa scrivere, cantare e suonare come pochi. Ed è raro che un cantautore abbia contemporaneamente queste tre abilità ad alto livello (ad alcuni manca persino il saper scrivere).

I suoi brani sono attuali senza voler a tutti i costi e inutilmente stupire e il suo timbro (proviamo a dare un’idea sperando di non offenderlo) ricorda quello di un Mario Biondi decisamente più bravo e, al contrario, per nulla autocompiaciuto. Il magnetismo e il fascino esercitato dalla sua voce è esaltante quando canta le sue canzoni, in particolare dei due album più recenti The Salesman and The Shark e Madman. Ma si presta anche ad alcune riuscitissime cover, peraltro di autori talmente iconici da rendere molto rischioso un confronto.

The River di Bruce Springsteen vira sulla consapevolezza delle difficoltà della vita, mentre The Long Black Veil di Johnny Cash, pur con quella voce baritonale tanto simile a quella dell’uomo in nero, dimostra tutta la sua profondità interpretativa. Quanto a Willie Dixon, anche solo averci pensato merita un applauso. Non è singolare che molti commentatori abbiano accostato il suo stile proprio a Springsteen e Cash, ma la considerazione è forse sin troppo banale.

A Rowe dei due giganti della scena americana manca la straripante fisicità che supera i confini del palco, ma le sue capacità di performer sono di alto livello: gli bastano voce, chitarra e armonica per riempire una sala e trasportare il pubblico nel suo mondo semplice e profondo. Non serve nient’altro, proprio come negli anni Sessanta, senza però volerne proporre una banale e sbiadita imitazione.

«I played good, but I can’t believe that I won», canta Sean nella bellissima My Little Man, tratta dall’ultimo album Madman e scritta per il figlio. Sembra quasi un manifesto di un autore umile, ma perfettamente consapevole delle proprie qualità.

@AlviseLosi

Commenti

Commenti

Condivisioni