Anche l’Italia scopre Sharon Van Etten: concerto emozionante a Milano

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Sharon Van Etten chiude il mini tour italiano con un concerto emozionante e intenso a Milano. La recensione della serata dell’8 dicembre 2014. Foto di Francesco Prandoni

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Salumeria della Musica, Milano, 8 dicembre 2014. Sharon Van Etten è uno stato d’animo ambulante. In un contagio virale senza possibilità di vaccino, le sue intime sofferenze si propagano alle sue canzoni. E da queste si diffondono come un’epidemia su chi le ascolta. La ragazza del New Jersey ormai si porta sulle spalle un fardello di attese discretamente pesante. Un po’ per quella lunga lista di artisti indie che in questi ultimi tempi l’hanno spronata, sostenuta e sponsorizzata. Solo per citarne alcuni: i gemelli Dessner dei The National, Zach Condon dei Beirut, Adam Granduciel dei The War on Drugs, Jenn Wassner dei Wye Oak.

Un altro motivo è che su di lei si sono accumulate le aspettative di quanti sono alla ricerca di una nuova icona del cantautorato femminile. La terza spiegazione è che la polistrumentista americana ha tirato fuori nel 2014 uno degli album dell’anno. Are We There, suo quarto lavoro in studio, è uscito a maggio, pubblicato dalla Jagjaguwar. E ha subito fatto gridare al capolavoro.

Ecco perché queste sue tre date italiane (Bologna, Roma, Milano) erano ammantate da una patina di spasmodica attesa. Ecco spiegato il pienone alla Salumeria della Musica, location del concerto milanese dell’8 dicembre. In apertura c’è la piacevole sorpresa della talentuosa chitarrista Marisa Anderson, che in mezz’ora conquista i presenti in un suggestionante trip strumentale tra folk e blues. Poi è il momento di Sharon. Si presenta di nero vestita, così come i quattro della band che la accompagnano. Frangetta d’ordinanza che le copre gli occhi, indubbiamente un sorriso che spezza i cuori nelle prime file. Inizia con la doppietta Afraid of Nothing e Taking Chances, due canzoni dell’ultimo disco che danno l’efficace sensazione di essere già dei piccoli classici.

C’è una distorsione emotiva tra la malinconia dei testi e la smorfia divertita della cantante. Lo show è bilanciato tra vecchi pezzi, come Save Yourself, tratto da Epic, canzoni del recente album, come la splendida ballata Break Me, e addirittura inediti, come I Don’t Want to Let You Down, un brano che, spiega l’artista, è rimasto fuori dal disco in quanto «troppo allegro». Sharon ha una voce meravigliosa, capace di tagliare a fette le barriere emotive facendole squagliare come burro. Alterna con disinvoltura chitarra e piano, si lascia andare più volte a intermezzi col pubblico, soprattutto per lodare la cucina e il vino italiani.

Arriva una parte più intima del live, prima con una versione di Life of His Own, eseguita con il supporto della sola Heather Woods Broderick alle tastiere, poi Van Etten resta sola sul palco e presenta una cover minimale di Perfect Day di Lou Reed. Se la versione originale è volutamente candida nel suo racconto di sbandamento, questa è un’aggressione ai sensi, spiazzante e bellissima. Prima dei bis, la straziante I Know eseguita da sola al piano e la storica Serpents, c’è spazio per Your Love Is Killing Me, forse la summa perfetta di cosa sia la musica di Sharon Van Etten.

Sentimenti in subbuglio, dolore, telefonate di litigi e lacrime amare. Questa canzone, un mantra di cupezza con un testo violento, potrebbe essere l’inno ufficiale di una fantomatica “Associazione di coppie in fase di rottura”. Lei stessa ha detto che «è una canzone pesante ma dopo averla suonata mi sento meglio». Perché di questo si tratta. Provarci, fallire, andare avanti.

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