Un magico equilibrio tra silenzi e musica di altissimo livello. La recensione dei Sigur Rós a Ferrara

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A Ferrara più che mai altrove i Sigur Rós hanno dato prova di una cura e intensità nel far musica difficili da trovare in altre band. Ecco la recensione del concerto, reso ancora più straordinario dalla magica atmosfera del Castello Estense.

Ferrara, Piazza Castello, 26 luglio 2013. L’atmosfera è surreale. Il caldo afoso e il sudore fanno da contrasto alla imponente bellezza del Castello estense. La location è una delle più belle d’Italia e Ferrara è davvero sotto le stelle, con l’Orsa Maggiore che svetta proprio sopra al palco. I Sigur Rós lo sanno ed è questa l’unica cosa che il cantante Jonsi dice in tutta la serata: «è il nostro luogo preferito per suonare». Parole con le quali il trio islandese, accompagnato da altri due polistrumentisti, tre archi e tre fiati, si appresta ad aprire i bis. Quasi due ore di concerto ad un livello di intensità e cura della forma che pochi tra i gruppi del nuova ondata rock riescono a sostenere. Loro non solo ce la fanno, ma lasciano a bocca aperta tutta la piazza con la loro musica complessa e immediata allo stesso tempo. Ma questa è solo la fine. E prima c’è un concerto di altissimo livello.

Il pubblico è tra i più vari che si possa incontrare. Molti i giovani, ma c’è anche qualche over. E poi le tipologie. Dai curiosi ai fan, dagli appassionati di rock ai metallari. E tanti, tanti stranieri. Venuti forse a Ferrara ben sapendo quanto la location possa accrescere la bellezza della serata. A rendere ancora più surreale il tutto è la musica, certo più vicina a un territorio ghiacciato che a una caldissima serata estiva, ma neppure chiudere gli occhi serve a viaggiare con l’immaginazione, vista l’afa. Ultima caratteristica fuori dalla realtà (e oltre il comune mondo dei concerti) è il silenzio durante l’esecuzione dei pezzi. L’interazione tra artisti e pubblico avviene solo tramite le note prodotte sul palco. I Sigur Rós non provano a parlare in italiano né in inglese e le loro canzoni hanno testi impronunciabili. È questo il motivo che impedisce ai cori di levarsi dalla platea, come in ogni concerto rock che si rispetti. Chi conosce l’islandese?

Nessuno pare. E così tutti zitti, in un silenzio che mai, neppure una volta, si rompe. Sembra di assistere a un concerto di musica classica da camera, ci sono anche i violini e persino Jonsi usa il solito archetto per ricreare sulla sua chitarra i suoni che hanno stregato tante persone. Ma il silenzio, che in altri casi sarebbe un brutto segnale, qui amplifica le emozioni. È giusto così, perché si possono esprimere le stesse sensazioni e altre più intense anche solo con la musica. O con l’incredibile voce di Jonsi, asessuata ed eterea. I brani del nuovo disco Kveikur si incastrano perfettamente con i vecchi in una scaletta che pesca da ogni lavoro della loro produzione. Il gruppo si impegna e si concede con energia ed entusiasmo, come a voler dimostrare una volta di più la propria predilezione per Ferrara.

Oltre alla musica in sé, ad entusiasmare sono anche le soluzioni visive scelte per accompagnare le canzoni. Laser che colorano il castello, un giardino di lampadine che si illuminano sul palco come lucciole, spezzoni di alcuni dei loro bellissimi video proiettati sullo sfondo. Il limite della serata, se proprio si vuole trovarne uno, è paradossalmente lo stesso dei loro album e, in un certo senso, è insito nello stile di musica. Due ore consecutive di post rock (e in alcuni momenti post metal) sono impegnative non solo per chi sta sul palco, ma anche per buona parte degli spettatori. Poi, certo, il caldo non ha aiutato. Ma, come sempre in questi casi, la magia ricreata dai tre fattori fondamentali per la riuscita di un concerto (luogo, artista e pubblico) ha fatto dimenticare tutto a tutti.

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