I-Days Festival: perfetti gli Stereophonics, eccelsi i Sigur Rós il secondo giorno

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di Umberto Scaramozzino
Foto di Elena Di Vincenzo

I-Days, Parco di Monza, 9 luglio 2016. Dopo Jake Bugg, Bloc Party e Paul Kalkbrenner, protagonisti di uno straordinario day 1 del festival, il rinato evento organizzato da Vivo Concerti arriva al secondo giorno con in mano una straordinaria scelta di artisti, ma soprattutto un headliner che manca dall’Italia da diversi anni: i Sigur Rós.

La manifestazione ha tutte le carte in regola per spuntare dalla lista ogni obiettivo prefissato. Partiamo dalla location: il Parco di Monza. Luogo non nuovo per i concerti, basti pensare che nell’89 ci suonarono i Pink Floyd, nel 2000 i Radiohead. Eppure in questi decenni è sempre rimasto un po’ a margine nello scenario live italiano. Negli ultimi anni si sono esibiti diversi artisti nostrani, come Vecchioni o Battiato, e il Brianza Rock Festival l’ha reso teatro di grandi eventi, con la musica emergente italiana sempre al centro dei riflettori, e nel 2015 ci ha portato Manu Chao per l’unico affollatissimo live italiano dell’anno.

Ma è solo quest’anno, con la rinascita del Gods Of Metal che il Parco di Monza – che, per chi non lo sapesse, è il più grande parco cintato da mura d’Europa – è diventato LA venue per i grandi eventi. Con questa ennesima rinascita, quella dell’I-Days, arriviamo ad un punto tutto nuovo: entrando nell’area concerti è un’emozione avere un colpo d’occhio che riporta alla memoria quello di grandi festival internazionali. Chiunque sia stato in giro per l’Europa, si tratti di Sziget, Nos Alive, BBK, Pinkpop, Wercheter o Reading potrà capire di cosa si sta parlando. Certo, siamo ancora lontani anni luce dalla possibilità di arrivare a quel livello, ma questo, insieme all’Home Festival, è il più concreto tentativo italiano di lavorare su più palchi, non trascurare neanche l’aspetto scenografico e regalarci la sensazione che sì, ci siamo anche noi.

Passiamo alle band. Grazie anche al sodalizio con il Brianza Rock Festival sono tanti gli artisti, anche emergenti, che hanno trovato spazio sui tre palchi della manifestazione. Da band locali, come il quintetto di Monza che risponde al nome di Royal Bravada, a nomi provenienti dal resto dello Stivale, come la talentuosissima Joan Thiele, che continua la sua inarrestabile ascesa. Ampio spazio alla musica britannica, a partire dal due elettro-soul degli Honne, arrivando alle due cantautrici inglesi Lapsley (classe ‘96) e Shura, che pur avendo dovuto lottare un po’ con i problemi tecnici ha confezionato uno show da ricordare.

Arriviamo dunque al primo dei due nomi di punta della giornata, sempre made in UK, anche se questa volta si parla già di storia del rock. Sono gli Stereophonics, quelli della ristretta cerchia di band ad aver piazzato cinque dischi di fila al numero uno delle classifiche britanniche, quelli che nei primi anni 2000 sfornarono alcune hit che anche qui da noi sono diventate evergreen irraggiungibili: Have A Nice Day, Maybe Tomorrow, Dakota, per dirne alcune.
Chiunque li abbia mai sentiti dal vivo saprà già a quale punto il discorso sui loro live sia destinato ad arrivare: sono semplicemente perfetti. Una delle migliori live band che abbia mai calcato i palchi.

Questi gallesi fanno un rock semplice, ma riescono sempre a portarlo ad un livello successivo quando lo suonano in concerto. Kelly Jones è così preciso e pulito alla voce, che insinua sempre il dubbio del playback nei novizi. Invece è proprio così, anche dopo più di 20 anni di carriera resta un professionista che non sbaglia un colpo e non ha bisogno di ricorrere a nessun trucchetto, o almeno nessuno è mai riuscito a dimostrare che quella voce perfetta sia illusionismo e non magia.

Dopo gli Stereophonics ci vuole quasi un’ora per preparare il palco per gli headliner: i Sigur Rós. La band islandese ha un seguito quasi irreale rispetto a quello che hanno di solito qui da noi. Ma d’altra parte Jónsi Birgisson e soci fanno qualcosa di davvero unico in tutto il panorama mondiale. Sì, possiamo etichettarli come band post-rock e buttarli nella mischia, ma ad essere onesti nessuno fa qualcosa di simile a quello che da ormai oltre vent’anni esportano in tutto il mondo. Cantano in hopelandic, una lingua totalmente inventata, e grazie all’ugola e alla maestria di Jónsi riescono a rendere la voce uno strumento aggiuntivo per il loro sound.

I loro complicati pezzi vengono accompagnati da visual incredibili, complementari alla loro musica e complici in quel processo di metempsicosi che puntualmente si avvia in ogni fortunato fruitore della loro musica dal vivo. La mente, presa per mano dalla voce eterea e dagli intrecci sonori e visivi, abbandona il corpo e inizia a viaggiare per il parco di Monza. E anche quando mente e corpo si ricongiungono non c’è modo di star tranquilli.

Su Sæglópur è come se qualcosa nascesse dentro al petto, dietro lo sterno, e crescesse rapidamente, fino a sfondarlo quel petto, con romantica violenza, senza smettere di crescere. Di pari passo con i movimenti dell’archetto sulle corde della chitarra di Jónsi, di pari passo con gli ipnotici giri di basso di Orri Páll Dýrason, di pari passo con i colpi inferti da Orri Páll Dýrason dietro le pelli. Un’esperienza difficilmente descrivibile a parole, ed è solo un brano in mezzo ai dodici scelti per la scaletta e che potrebbero ispirare un compendio sull’estensione emotiva degli essere umani.
Un’ora e mezza di musica senza confini, per uno show che chiude nel migliore dei modi il secondo, riuscitissimo, giorno di festival.

I-Days 2016, la scaletta del concerto dei Sigur Ros

Óveður
Starálfur
Sæglópur
Glósóli
Vaka
Ný Batterí
E-Bow
Festival
Yfirborð
Kveikur
Hafsól
Popplagið

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