I Simple Plan a Milano hanno regalato una serata sospesa tra intrattenimento e sano revival

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di Redazione
Foto di Francesco Prandoni

Alcatraz, Milano, 2 marzo 2016. Il ritorno dei Simple Plan è un evidente e annunciato successo, sia in termini di partecipazione, sia in termini di performance. La band pare non aver mai smesso di essere in forma e già il suo passaggio all’Home Festival di Treviso la scorsa estate aveva fugato ogni dubbio in tal senso. Pierre Bouvier e soci si staccano un po’ dallo stereotipo della band pop-punk che esiste solo finché sa stare in studio o che, pur valendo qualcosa dal vivo, affronta la parabola discendente della propria carriera con connesso imbolsimento sul palco. No, i Simple Plan, pur avendo ampiamente superato il proprio momento d’oro, continuano ad essere una grande live band: gli show di Bologna e Milano non hanno bisogno di compromessi.

I primi a non risparmiarsi sono quei due-tremila paganti presenti nello spazioso parterre dal club meneghino. Mettiamola così: se ti trovi davanti ai Simple Plan nel 2016 probabilmente o sei un adolescente che scopre quelle che ormai sono diventate le istituzioni del pop-punk che hanno ancora molto da offrire, oppure sei uno che l’adolescenza ormai se la ricorda solo quando mette in cuffia Welcome To My Life. In entrambi i casi neanche a loro servono compromessi. Se fai parte della prima categoria, per definizione, è socialmente accettabile che la tua corde vocali vibrino incontrollate e il tuo corpo si muova senza pudore mentre Boom mette in risalto gli ottimi suoni della band e l’intatta voglia di spaccare tutto di Chuck Comeau, batterista nonché membro fondatore. Se fai parte del secondo gruppo allora ti stai avvalendo del tuo sacrosanto diritto a rituffarti nell’adolescenza, quindi a renderti ridicolo saltando scoordinato, mentre Pierre itera il ritornello di Jump. Per questo il pubblico dell’Alcatraz di ritrova unito nel celebrare una band simbolo dei primi anni Duemila.

Ogni brano, da Jump a I’d Do Anything è un tripudio di sing-along, braccia la cielo e saltelli sul posto. Tant’è vero che un pezzo come Welcome To My Life non viene neanche riservato per i bis, ma viene servito subito, a metà del primo set, seguito da Your Love Is A Lie, uno dei singoli più fortunati tra quelli che hanno decretato l’esplosione internazionale del combo.
Forse il momento in cui i nostalgici arrivano a toccare il cielo con un dito, dove nulla regge il confronto, è Summer Paradise. Quella hit che arriva spietata, come il ricordo di un’estate che parafrasando il testo “arriva nel tempo di un battito”, ma che è anche così fresca e divertente da poter mettere di buon umore anche chi in quell’estate è stato fatto a pezzi dalla prima cotta impossibile. E chi resiste a quel “taratattatà”?

L’encore, dopo una liberatoria Shut Up che risveglia un po’ l’attitudine soft punk, lascia spazio ai momenti da accendini, tra Perfect World, Astronaut e la toccante Perfect. Si chiude così una serata sospesa tra puro intrattenimento e sano revival, da cui i Simple Plan escono da piccoli eroi del nuovo millennio.

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