Sixto Rodriguez a Milano, piccolo grande uomo da standing ovation

Sixto Rodriguez Milano 15 maggio 2015 recensione

Teatro degli Arcimboldi, Milano, 15 maggio 2015. Le mille vite di Sixto Rodriguez sono una delle storie umane e musicali più belle dei nostri tempi. Straordinaria e invisibile meteora musicale, manovale nei cantieri della decadente Detroit, brillante laureato in filosofia, idolo delle folle a sua insaputa fino a qualche anno fa, paladino anti-apartheid in Sudafrica (ancora a sua insaputa), soggetto di un documentario da Oscar. E vederlo su un palco, reale e barcollante, regala un brivido di giustizia. Come in un film di Frank Capra, dove il protagonista subisce la sconfitta ma poi riscuote gloria nel meritato lieto fine.

Rodriguez si affaccia titubante sul palco degli Arcimboldi. È accompagnato e tenuto sotto braccio da due signore che lo guidano passo dopo passo. Infila il cappello a cilindro con un’eleganza alla Slash o alla Fred Astaire, inforca gli occhiali da sole e cerca a tentoni il microfono con le dita. Ripeterà il gesto per tutta la sera e ogni volta il pensiero corre al glaucoma che gli sta divorando gli occhi e la possibilità di vedere l’entusiasmo del pubblico, affezionato per empatia a quest’uomo con la faccia da sacerdote atzeco.

Tutto il teatro trattiene il fiato davanti a un uomo che pare poter crollare fisicamente da un momento all’altro. Ma bastano i primi accordi di chitarra per capire che le mani funzionano alla grande. Così come la voce. Prima di ogni canzone, c’è un piccolo conciliabolo con i tre musicisti che lo accompagnano. Un bel senso di improvvisazione che manda in delirio platea e galleria. Rodriguez si toglie la giacca, poi un’altra giacca, poi la camicia. Nel giro di un paio di canzoni è in canottiera, mostrando due braccia che solo un musicista reinventatosi muratore può avere.

Si diverte a infilare in scaletta parecchie cover. Alcune riuscite alla grande (Blue Suede Shoes di Elvis e Somebody To Love dei Jefferson Airplane), altre meno (Only You dei Platters). Quando sguazza nel suo repertorio tira fuori il meglio. Quelle canzoni ignorate e destinate all’oblio, che ora, dopo la riscoperta, sembrano grandi classici. Su tutte Establishment Blues, Crucify Your Mind, Inner City Blues, Like Janis e I Wonder sono gioiellini di scrittura e arrangiamenti, con quella patina sociale a favore della working class che soltanto un artista/operaio di Detroit poteva raccontare così bene. Gente ai margini della società, come lo spacciatore della psichedelica Sugar Man, eseguita a questo giro con una coda strumentale inaspettata.

Nei bis, con la gente ormai in standing ovation, c’è l’omaggio allo scomparso B.B. King con una cover di The Thrill Is Gone. È il saluto senza fronzoli di un cantautore umile. Uno che sta regalando gli enormi incassi di questa sua seconda vita musicale ad amici e parenti, rimanendo a vivere nella casetta senza tv né riscaldamento che ben si vede nel docu-film Searching For Sugar Man che racconta la sua incredibile storia. Sembra l’ennesima favola di questo personaggio ai limiti della leggenda. Invece è tutto vero.

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