Skunk Anansie a Roma, anche acustici l’anima è rock

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Gli Skunk Anansie in versione unplugged sono una sorpresa da non perdere. Nuovi arrangiamenti, ma la stessa grinta di sempre. Ecco la recensione del concerto di Roma del 19 marzo 2014 (foto di Roberto Panucci).

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Gran Teatro, Roma, 19 marzo 2014. Ci sono applausi e applausi. C’è quello scrosciante, quello discreto, quello sguaiato, quello irritante offerto nei momenti sbagliati dello spettacolo, quello che va a tempo. E poi c’è l’applauso di gratitudine vera, che diventa sempre più raro ma ancora si riconosce: non ha bisogno di crepitare a chissà quali volumi, ma è pieno, costante. Caldo.

Un applauso vero come quello che il pubblico del Gran Teatro di Roma, nell’attesa degli Skunk Anansie, si ritrova meravigliato a tributare alla sorprendente apertura affidata al one-woman-show della bravissima Karima Francis in un tiepido e umido mercoledì di quasi primavera: chitarra e voce, intensità, confidenza, zero ruffianerie e tutto cuore, il miniset della cantautrice di Blackpool rivela consistenza autorale e vena intima degne di una Tracy Chapman appena meno introversa. Un’artista da approfondire senza esitazioni, e un ottimo inizio di serata.

E naturalmente ci sono gli applausi attesi ma non per questo meno grati: sono quelli che sommergono gli Skunk Anansie al loro ingresso e che saranno una costante nella scaletta di successi del fiammeggiante e vitale show dei londinesi. Un vero regalo alla platea capitolina.

Chiariamo subito che i ragazzi non riescono fino in fondo a lasciar scorrere il concerto senza cercare un impatto che, unplugged o meno, è nato e sempre resterà quello fisico e urgente del loro rock. Padrona assoluta della scena dall’alto di un magnetismo e di una vocalità che gli anni sembrano solo arricchire, Skin fa e disfa: chiama il pubblico sotto il palco negli attimi più concitati (non solo un’attesissima – e riuscitissima – Charlie Big Potato, ma anche I Believed In You, My Ugly Boy o la conclusiva I Can Dream), lo rimanda in poltrona per quelli più distesi, scende dal palco a trovarlo, rimprovera la security per gli zelanti tentativi di impedirne le foto, ride, scherza con tutti, ha l’aria serena e seducente.

E se pure il suo canto non mantiene davvero fino in fondo il dichiarato intento di esplorare un’interpretazione chissà quanto più morbida del solito, a fine concerto si scoprirà che non serviva: basta dosare il solito – comunque generoso – ardore e le emozioni ti assalgono puntuali e potentissime. Dal punto di vista dello spettro sonoro, invece, è nel lato più melodico del repertorio, come previsto, che si addensano i picchi del tipo di show messo su da Ace, Cass, Mark e compagni. Sì, perché (tolta una stratosferica cover della già splendida You Do Something To Me di Paul Weller) tra i suoni taglienti e cristallini, eppure caldi, spicca il gusto dei nuovi arrangiamenti che riescono nel piccolo miracolo di ripulire e mettere a fuoco i pezzi, senza mai banalizzare o perdere incisività.

Più che gli Skunk Anansie sembra di sentire una versione contemporanea degli Eagles: lo mette in chiaro l’avvio struggente di Brazen (Weep), lo ribadiscono I Hope You Get To Meet Your Hero e Charity e lo sanciscono definitivamente le prevedibili apoteosi di Secretly, You’ll Follow Me Down e – ovviamente – Hedonism. Una band finalmente in pace con se stessa, che va come un treno, vitale, assoluta. Uno spettacolo che ciascuno farebbe decisamente bene a non lasciarsi sfuggire.

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