Gli Skunk Anansie regalano a Roma un concerto a regola d’arte

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di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Postepay Sound Rock In Roma, 15 luglio 2016. Sono passati esattamente vent’anni dall’uscita di Stoosh, il disco che consegnò definitivamente gli Skunk Anansie al rock di fine millennio grazie a una mescolanza intelligente di chitarre ruggenti, batterie di granito e della voce inconfondibile e sottile di Skin. Ventitré dal debutto incazzatissimo di Paranoid&Sunburnt, che li pose sotto i fari del rock di protesta: a distanza di tanto tempo non c’è differenza di intenti per il gruppo inglese. Se si sono ammorbiditi è solo un’impressione: la foga e la rabbia sono ancora quelle.

Aprono il concerto i Down To Ground alle 21.10 in un Ippodromo battuto da un vento gelido: i rocker di Treviso ci mettono energia per non sfigurare e presentano un discreto set dal sapore anni Novanta che ha il merito di far scaldare l’intirizzito pubblico. Sanno incitare i battimani e si difendono con una manciata di brani onesti, ispirati un po’ dai Creed e un po’ (in alcuni punti) dai Red Hot Chili Peppers, purtroppo impastati dall’acustica non eccellente del posto.

Ci vogliono altri 40 minuti di attesa e qualche fischio spazientito per portare sul palco gli Skunk Anansie, introdotti su uno schermo rosso e dal suono possente di basso e batteria: è l’attacco di Tear The Place Up, sul quale Skin fa il suo ingresso come un grillo indiavolato. La band è in forma notevole e a proprio agio, affiatata quanto basta per rispettare un meccanismo oliato e perfetto con a capo una delle migliori frontwoman del rock mainstream.

Non c’è tempo per i convenevoli, la scaletta prosegue con la potenza di fuoco di I Believed In You: il suono distintivo degli Skunk Anansie emerge da subito, esplodendo nel ritornello in falsetto di Because Of You, il brano che li ha riportati al successo nel 2009. Peccato che anche qui l’acustica non aiuti, così è tutto un mischione indistinto dominato dal basso da mal di stomaco: ci si può passare parzialmente sopra grazie all’energia sprigionata dal quartetto sul palco. Skin approfitta della recente acquisizione dell’italiano per ringraziare il pubblico e lamentarsi, a modo suo, della recente Brexit. «Sfortunatamente sono inglese… Ma questa canzone è per me, sono italiana adesso!» scherza sulll’intro sostenuta di God Loves Only You.

La frontwoman si diverte ad intrattenere il pubblico. «Questa canzone è veramente vecchia» dice ironicamente Skin prima che inizi l’accordo riconoscibilissimo di Secretly. La voce viene coperta dal solito basso ma ci pensa il pubblico a fare a gara con gli acuti della cantante in un ritornello collettivo e sguaiato, ma senza dubbio potente. L’assolo fedelissimo del chitarrista Ace esplode nell’ultimo refrain da brividi veri e non per il freddo, sono quelli che le melodie cantate da Skin fanno salire alla schiena. Il metallo pesante di Bullets introduce uno dei brani più potenti, Twisted, un inno impeccabile pescato direttamente dalle profondità temporali di Stoosh. Skin sparisce spesso dal palco per andare nel pit a esultare i fan, sedersi sulle transenne e rendere il pubblico quanto più partecipe possibile.

La cantante è stata da sempre il vero valore aggiunto degli Skunk Anansie: sempre in movimento, si calma solo quando imbraccia la chitarra su My Ugly Boy, appesantita dal drumming granitico di Mark alla batteria. La band inglese non acetta le mezze misure e scivola dolcemente nella poesia rock di Weak, una delle vette degli Skunk Anansie che quanto a ballad rock hanno scritto diverse specialità. Anche stasera non si smentiscono, anzi, si riconfermano con piacere con una Hedonism a regola d’arte, o meglio a regola di fan che cantano a squarciagola “just because you feel good doesn’t make it right”, versi che hanno segnato ripetutamente intere adolescenze.

Anche per gli Skunk Anansie vale la regola che i pezzi più vecchi sono quelli più coinvolgenti, nonostante la versione di The Skank Heads non sia impeccabile nell’esecuzione ma dia vere e proprie legnate di energia, introducendo egregiamente Charlie Big Potato. È qui che Skin dà fondo definitivo alle sue capacità animalesche e vocali, è qui il tripudio di pubblico e della bravura della band. Questa è una delle canzoni in grado di mettere insieme tutte le loro anime, quella melodica e quella rock, quella creativa con quella, volendo, più furbetta alla ricerca della hit da classifica. Tempo di bis veloce e saluti finali: gli Skunk Anansie regalano a Roma una signora performance e un concerto che suda solidità da tutte le parti. Se qualcuno li ha considerati finiti e vecchi, stasera ha avuto l’onesto motivo per ricredersi.

Le foto del concerto

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