Smashing Pumpkins a Roma, l’effetto nostalgia vince ancora

concerto smashing pumpkins roma 14 luglio 2013

Billy Corgan sa ancora come fare a emozionare i propri aficionados: un concerto celebrativo e di rara intensità quello degli Smashing Pumpkins al Rock In Roma. Ecco la recensione dello show.

Ippodromo delle Capannelle, Roma, 14 luglio 2013. Taluni gruppi fanno da sottofondo alle adolescenze, e continuano a ricoprire questo ruolo anche quando l’adolescenza (perlomeno quella anagrafica) è passata. Certi altri hanno la potenza per non essere soltanto lo sfogo di una rabbia che però non permette di uscire e liberarsi da gabbie e catene; e sono quelli che accompagnano chi li segue ben oltre la trentina, tra fedeltà e presunti tradimenti, ora di una ora dell’altra parte, o di entrambe. Gli Smashing Pumpkins ne sono un ottimo esempio. E la composizione del pubblico di questa (ex) piovosa domenica di luglio, gremita di adolescenti non più adolescenti (dai 25 ai 40, per capirci), sembra confermare questa tesi.

Capitanati da Billy Corgan, i membri della nuova formazione (il giovanissimo Mike Byrne alla batteria, il virtuoso e talvolta freddo Jeff Schroeder, e Nicole Fiorentino, ennesima bassista donna tra le fila dei Pumpkins) hanno dato vita a uno show con il sapore gustoso e rotondo di un buon greatest hits, attingendo a piene mani titoli dal nuovo lavoro della band (Oceania, 2012) e dagli album che la hanno resa celebre e amatissima dal suo pubblico. A scaldare il palco per il gruppo di Chicago ci pensano gli americani Beware Of Darkness, seguiti da Mark Lanegan, la cui brevissima esibizione (poco più di mezz’ora) lascia l’amaro in bocca ai presenti, senza dubbio accorsi anche per sentire cosa aveva da dire questa ulteriore leggenda vivente del rock americano anni Novanta, che poco però aggiunge ad una non più che onesta riproposizione dell’ultimissimo Blues Funeral.

Un quarto d’ora prima dell’orario previsto, Corgan e compagni salgono sul palco di Rock In Roma per dare vita al loro spettacolo; si comincia con Quasar, subito seguita da Panopticon e Starz, per approdare poi nelle profondità siderali di una cover (le faranno seguito, più avanti, una rabbiosa Immigrant Song e una floydianamente dilatata Breathe) di Space Oddity vestita da Mellon Collie: il risultato è tale da lasciar facilmente immaginare che il Duca Bianco si sia tutt’altro che avuto a male per l’assai prezioso riarrangiamento di uno dei suoi pezzi più celebri e rappresentativi. Così, tra i versi collerici di X.Y.U. (sul cui crescendo finale gli Smashing giocano a portare il pubblico al parossismo), la poesia di Tonight, Tonight (priva di archi, sostituiti dalla chitarra distorta di Schroeder), l’epica di Oceania (title track dell’ultimo lavoro del gruppo), la sensualità di Ava Adore e la disperazione di Bullet With Butterfly Wings, scorrono tese e veloci due ore e mezza. Un concerto carico, robusto, divertente per il pubblico e per i musicisti, tra canzoni d’amore (Stand Inside Your Love) e di angoscia (come una tiratissima Zero, ancora più iraconda del solito).

Ma è al momento degli encore che il calendario torna indietro agli anni Novanta, al ’91 e al ’92 per la precisione: ecco in rapida successione I Am One, Siva e Rhinoceros. Di nuovo, abbiamo tutti ancora una volta sedici anni, ma non li sentiamo affatto, perché per lo spazio di due ore e mezza siamo ritornati quello che eravamo allora: ingenui, affamati, disperati, innamorati. Riuscirci ancora è una piccola impresa: sinceri complimenti, Billy.

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