St. Vincent ammalia il pubblico di Milano: l’artista americana è diventata grande

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St. Vincent ha presentato il suo ultimo album anche a Milano. E il concerto che ne è uscito ha stregato il pubblico. La recensione della serata del 17 novembre 2014. Foto di Roberto Panucci

Alcatraz, Milano, 17 novembre 2014. Annie Clark è diventata grande. Speciale lo è sempre stata, da quando nel 2006 ha registrato il suo primo album con lo pseudonimo di St. Vincent. Era una predestinata, un talento cristallino. Ed è riuscita nel miracolo di non perdersi per strada, perfezionandosi e sgrezzando il diamante della sua abilità. A febbraio ha tirato fuori dal cilindro il suo quarto disco, intitolato semplicemente St. Vincent e i critici si sono spellati le mani dagli applausi, incoronandolo come uno dei gioielli dell’anno. Tutto meritato. Tutto confermato sul palco. Il live del 17 novembre all’Alcatraz di Milano è stato un piacevole conforto, il brivido dell’averci visto giusto. Come quando all’inizio del campionato scommetti su un giocatore. «Sarà la sua stagione». E va esattamente così.

La 32enne di Tulsa, claustrofobico Oklahoma, si presenta sul palco con una minigonna nera, calamita dei pensieri maschili per minuti e ore a seguire. Come una novella Bowie, la ragazza americana cambia look a ogni fase della sua carriera. A questo giro sembra Deborah Harry dei Blondie, nelle movenze, nel trucco, in alcune sonorità. C’è una sensazione generale che riporta agli anni Ottanta. Annie è allo stesso tempo una perfetta paladina della new wave e una meravigliosa androide arrivata da qualche futuro lontano. Ha una polistrumentista orientale che balla a ritmo robotico e un enigmatico tastierista col cappello. Il tutto sembra una sceneggiatura di Quentin Tarantino.

La scaletta è chirurgica, c’è pochissimo spazio per i dettagli imprevisti. Nove pezzi sono dell’ultimo album. Si parte con Rattlesnake, proprio come nel disco. La Clark, coi suoi capelli inceneriti e argentati, si muove con piccoli passi meccanici su altissimi tacchi. La voce angelica sembra capace di rendersi sintetica, digitale, a suo piacimento. E quando imbraccia la chitarra dimostra che ha anche le dita fatate. Un tuffo nel passato con Actor Out of Work e Marrow dell’album Actor, che la lanciò nel 2009, poi un paio di perle del successivo e acclamato Strange Mercy che nel 2011 l’ha proiettata nel gotha musicale facendole piombare addosso le attenzioni artistiche di sua maestà David Byrne, che le propose un disco a quattro mani (Love This Giant). Solo che nel mentre, è lei ad essersi trasformata in “gigante”. I momenti migliori della serata sono la toccante I prefer your love, dedicata alla madre e la meravigliosa Prince Johnny. Annie si arrampica su una sorta di piramide sumera da dove domina tutti, poi simula una caduta, striscia sui gradini e si ritrova rannicchiata per terra. Metafora, forse, delle sue paure, ora che è arrivata in alto. E lo dice, parlando con il pubblico, spiegando che il sorriso delle labbra non sempre coincide con quello degli occhi.

Clark ha definito il suo ultimo lavoro come «un party album che si potesse però suonare a un funerale». E come a un party o a un funerale, sente il bisogno del contatto fisico con gli altri. Si fa prendere in spalla da un bodyguard e si dà in pasto alle prime file del pubblico, mistica comunione di selfie, mani e chitarre. È il suo saluto. Di questi tempi, St. Vincent è in stato di grazia. Ormai è diventata grande, anzi gigante.

Guarda le foto del concerto di Roma del 16 novembre

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