Un turbinio di note accompagna la trascinante grandezza di Stanley Clarke

stanley-clarke-milano 27 ottobre 2015

Blue Note, Milano, 27 ottobre 2015. Martedì sera, quartiere Isola. Sotto i nuovi grattaceli di Milano, fuori dalle osterie e dai bar dell’happy hour, brulica una vita indifferente all’assenza di week end. Il freddo umido autunnale avvolge le persone in attesa davanti all’ingresso del Blue Note, palco rinomato per i mostri sacri del blues e del jazz che lo hanno calcato. Stasera suona Stanley Clarke con la sua banda. Il locale è pieno, cinquantenni soprattutto, qualcuno che sta ancora finendo frettolosamente la cena quando i musicisti entrano in scena.

Sulla pedana sono appoggiati una batteria, un contrabbasso, un pianoforte, due bassi elettrici e tre tastiere. Clarke entra accolto da applausi scroscianti. Alto, nero, con gli occhiali da sole, una camicia larga a scacchi, jeans e stivaletti. Il resto della band sembra una gang di strada: al pianoforte si siede uno sbarbatello con cappellino di lana stile-rapper che rumina un chewing gum, a una delle tastiere un tatuato con i capelli brillantinati e raccolti in una coda, alla batteria un altro imberbe pelleossa, afroamericano, dalla curiosa capigliatura “a torre”. Attacca il primo pezzo. Veloce, ritmato, travolgente. Clarke al contrabbasso solletica le corde con maestria, tenendo il tempo col piede e accartocciandosi sullo strumento quando va a pizzicare gli acuti. Il pianista – Beka Gochiasvili, 19enne georgiano, ricordatevi di questo nome – subentra con cascate infinite di note, trilli e accordi, e in pochi secondi già capisci come mai è finito a suonare con un mostro sacro del jazz. La batteria passa dall’accompagnamento all’assolo, Micheal Mitchell (anni 21) muove braccia e gambe troppo velocemente per stargli dietro, ride, suda e picchia duro. Pausa. Riparte Clarke.

Pensando a un contrabbasso con gli occhi chiusi, nella mente è facile immaginare un accompagnamento ritmato e costante, dum-dum dum-de dum-dum. Invece con Clarke chiudi gli occhi, isoli i suoi suoni e senti un velocissimo dum-dib-dubi-dam-dum-dum-de-dum-tip-tippi-dum-dam-de-dum (nei tre secondi in cui sei riuscito a stargli dietro), e capisci subito perché nel 2011 abbia vinto il Grammy per il miglior album jazz contemporaneo e perché, in generale, sia considerato una leggenda vivente di questo genere musicale. Perché ha le mani come farfalle d’acciaio che volando su corde legate a una grossa cassa di legno tirano fuori suoni e melodie semplicemente incredibili.

In tutta la serata – novanta minuti di concerto – verranno suonati cinque pezzi, solo strumentali, ed è difficile tenerli distinti l’uno dall’altro. Ognuno dei musicisti si produce in assoli da capogiro e i momenti nei quali suonano tutti assieme creano un melodico frastuono che rende difficile capire dove finiscano le note dell’uno e comincino quelle dell’altro. Qualche momento melodico e struggente si alterna alle fasi più indemoniate (il batterista perde anche una bacchetta all’apice del suo assolo, ne tira fuori un’altra e riattacca più intenso di prima sotto il sorriso bonario di Clarke), gli applausi sottolineano i momenti tecnicamente più alti della performance, qualche ritmo funky si imbuca nella festa, dal contrabbasso Clarke passa al basso elettrico, poi ritorna, usa l’archetto, pizzica, “slappa”, insegue la scala fino agli acuti più acuti, quando le corde finiscono e lui arriva a tamburellare il legno ridacchiando. Tra i musicisti corrono costantemente sguardi di intesa, si ascoltano e si divertono insieme.

Quando se ne vanno via dalle luci del palco gli applausi ritmici e insistenti li riportano indietro. «One more», ancora una, dice Clarke imbracciando il basso elettrico. È il pezzo più melodico e rockeggiante della serata e il pubblico viene trascinato in un coro senza parole («eeeeoooh ooooh») da Clarke, che “tiene” le note e fa cantare le corde quasi avesse in mano una chitarra Fender. Meno virtuosismi indiavolati ma più coinvolgimento, grandi sorrisi tra la gente e sulla pedana, e tutto finisce troppo presto. Altri applausi, ma stavolta il concerto è concluso per davvero. All’aperto l’uggia di un martedì sera milanese tornato normale.

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