Due opposti che si abbracciano, il live report di Stereophonics e Suede a Roma

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di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 11 luglio 2016. Il caldo non la fa da padrone al Postepay Rock in Roma, nella serata del doppio concerto di Stereophonics e Suede: dal palco piccolo le dimensioni dell’arena sono più contenute, ma il pubblico ben selezionato non manca e c’è un’atmosfera di leggerezza consapevole, di relax, un’aria di vacanza anticipata.

Gli Stereophonics sono l’anima pop più venata di blues e malinconia, quella che in altri paesi chiamerebbero “saudade”. Salgono sul palco qualche minuto dopo le 20.30 – muniti di occhiali da sole perché il tramonto non è ancora completo – e regalano un set di tutto rispetto che viene aperto dal singolo C’est La Vie, primo estratto dall’ultimo lavoro in studio Keep The Village Alive uscito nel 2015: è un brano perfetto per avviare un concerto e Kelly Jones lo sa. Saluta il pubblico, lo coinvolge, annuncia i brani smozzicando le vocali dei titoli nel suo inglese del Galles. C’è attesa non solo per la carica che la band dimostra di avere sul palco, compatta come una corazzata di suoni, ma anche per quei singoloni che hanno assicurato solidità alle capacità di scrittura del gruppo. E arrivano rapidi, con il frontman che imbraccia la chitarra acustica e chiama il coro del pubblico sulla celebre Have A Nice Day. Il “paapparaaapappapparaaraaa” è inevitabile, intonato dalla band e dai presenti con tanto di battimani accennato, Kelly Jones non può fare a meno di sorridere anche se probabilmente l’ha sentito intorno alla milionata di volte in vita sua.

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Il momento più intenso del concerto arriva però con Maybe Tomorrow, forse una delle canzoni più belle scritte dagli Stereophonics. Kelly Jones la inizia come se fosse in spiaggia con voce e chitarra, destrutturandola direttamente dal ritornello prima dell’ingresso degli altri strumenti sulle strofe. Melodicamente impeccabile e con il coro nuovamente affidato al pubblico, Maybe Tomorrow è la summa poetica della band gallese, con una vena di nostalgia che non ha mai smesso di attraversare anche i brani più allegri. La maturazione c’è stata ma i ragazzi non hanno perso un grammo di freschezza e lo dimostrano con la doppietta Graffiti On A Train e l’ultimo brano Dakota, che chiude degnamente il loro set.

Una mezz’ora abbondante di attesa per il cambio palco e cambiano i toni: è il turno degli Suede e le carte si mescolano. Il colpo d’occhio sul frontman Brett Anderson è incredibile: quanti giovani leaderini di banducole indie dovrebbero studiarsi attentamente il cantante degli Suede per capire come si tiene un palco! Brett è un animale sensuale e snodato, lo stage è la sua dimensione naturale. Non si ferma mai, saltella, scende verso le prime file, si sdraia. D’altronde ce lo ha fatto capire subito che non si sarebbe affatto risparmiato: a metà della prima canzone ha già la camicia zuppa fradicia e fa roteare il microfono a cavo lungo come se dovesse prendere al lazo il chitarrista a lato palco. La sua voce ha guadagnato in profondità: particolarissima, nasale, a volte fastidiosa perché tirata all’estremo della sopportazione, scivola fluida e integrata nel tessuto dei brani in scaletta.

Anche per loro l’attesa è per i brani celebri e la band è generosa anche per i ri-arrangiamenti: She’s In Fashion arriva in versione acustica e lievemente rallentata, per dare spazio alle melodie di Brett Anderson e ai cori. Il pubblico è attento e caldo, applaude, salta, balla, segue le evoluzioni del frontman che non riesce a contenere i suoi entusiasmi e spesso si arrampica sulla sua cassa, spia, braccio al cielo, ad incitare la folla presente. È un piacere per gli occhi e lo spirito ascoltare questo folletto sottile ed elegante che si indiavola e partecipa, perché sarebbe facile pensare che dopo tanti anni si sia stufato di fare sempre le stesse cose. E invece manco per niente: i suoi Suede sono in un vero e proprio stato di grazia dopo l’uscita del disco Night Thoughts, dalla splendida copertina rinfrescante, e ci tengono a dimostrare la rinnovata vitalità.

A conquistare, oltre ai brani più tirati come Killing Of A Flash Boy e Can’t Get Enough (una doppietta in grado di far stramazzare a terra chiunque ma non Brett Anderson), è la poesia solitaria in acustico, cantata con una punta di voce lontana dal microfono, della splendida I Can’t Give Her What She Wants. Brett Anderson è riuscito a ricreare una dimensione da club, zittendo quasi completamente il pubblico che lo sta ad ascoltare in un rapimento silenzioso, quasi mistico. Le note che si inerpicano, la voce che si spezza di dolore, è un momento magico che mostra la trama solida della stoffa dei Suede. E potremmo anche finire qui, ma la cavalcata verso la fine è necessaria e liberatoria.

Se è vero che il tempo sembra non passare mai per certe band del passato, state pur certi che gli Stereophonics e gli Suede fanno parte di questo particolare insieme. Molto diversi nei modi di approccio ai fan e al pubblico, sostanzialmente simili nella capacità di mostrare qualità che a volte sui dischi in studio non sono riuscite ad emergere. Quando la voce graffiata di Kelly Jones degli Stereophonics sfodera una vena rabbiosa, risponde il timbro nasale di Brett Anderson che si veste di soffice eleganza da club fumoso, anche se siamo all’aria aperta. Sono due opposti che si abbracciano e che hanno saputo imprimere con forza la loro particolarità, il dettaglio che li ha fatti emergere nella miriade di band spuntate come infestanti nella scena inglese di inizio anni Novanta. E nel 2016, ça va sans dire, hanno ancora molto da mostrare per il loro meritatissimo posto al sole.

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