Sting all’Arena di Verona: nessun fronzolo, è la scuola degli anni Settanta

Recensione concerto Sting Verona 8 luglio 2013

Il Back To Bass Tour di Sting fa tappa all’Arena di Verona, dove il cantante inglese ha presentato uno show senza fronzoli, basato sull’espressività dei musicisti e la forza delle sue canzoni. Ecco la nostra recensione del concerto.

Arena di Verona, Verona, 8 luglio 2013. L’atmosfera è perfetta. Manca solo lui, ma non si fa attendere molto. Pochissimi minuti dopo le nove, giusto per permettere ai soliti ritardatari di entrare in tempo, sale sul palco ed è subito un’ovazione. Comunque canti, qualunque cosa canti, sarà una serata da ricordare. Per capirlo basta vedere in faccia Mr. Sumner, che in Italia è di casa ormai da vent’anni. Ci sono tutti gli ingredienti per sperare in un grande concerto. E Sting non deluderà le attese. Attacca alla grande con If I Ever Lose My Faith in You per poi passare a Every Little Thing She Does Is Magic e continuare con Englishman in New York. Una tripletta che fa capire subito quale sarà il tenore del concerto: Sting è uno dei pochi artisti ad aver avuto una carriera solista degna del suo passato in un gruppo di fama mondiale. E così le canzoni del tempo dei Police si mischiano per tutto lo show con quelle successive in un’alchimia perfetta, accentuata anche dalle sonorità e dagli arrangiamenti che il cantante inglese ha pensato per i live di questo 2013.

Il nome Back To Bass Tour è indicativo di quello che vuole trasmettere l’artista ormai ultrasessantenne (per quanto possa stupire, è del ’51). Non che dimostri la sua età. Anzi. Oltre al fisico sempre in grandissima forma, la voce è quella dei tempi migliori. Nasale, quasi di gola, a volte graffiata. Ecco in fondo il senso della nuova tournee: il palco nero, senza megaschermi, senza alcun vezzo, fa da sfondo a uno Sting che si presenta in pantaloni scuri e maglietta bianca. Nessun fronzolo, niente fuochi d’artificio. L’unico effetto speciale sarà la musica. È la vecchia scuola di chi ha vissuto gli anni Settanta. E una band ridotta al minimo indispensabile non fa che esaltare questa sensazione: David Sancious (già tastierista della E Street Band nei primi due album di Bruce Springsteen), il chitarrista Dominic Miller e il batterista Vinnie Colaiuta. Ai tre storici compagni delle avventure da solista di Sting si sono aggiunti anche il giovane violinista Peter Tickell e la cantante Jo Lawry. Al basso, naturalmente, lui.

Il concerto procede seguendo una scaletta che include i suoi più grandi successi. Pezzi difficili e impegnativi da cantare per chiunque altro. Gli anni sulle corde vocali si sentono, ma il senso di Back to bass è proprio questo ritorno alle origini. E l’artista inglese ci si butta, anche rischiando a volte, perché la voce, inevitabilmente, non può essere più quella di trent’anni fa. Ma poco manca. Il livello è altissimo e su tutte spiccano per bellezza degli arrangiamenti Fields of Gold e Driven To Tears. Poco dopo tocca a una doppietta che chiarisce perfettamente come Sting sia riuscito a mantenere unite le sue due anime, prima una Message in a Bottle che non ha bisogno di presentazioni, poi una splendida Shape of My Heart. Ma la vera qualità del concerto sta nel dialogo che si instaura tra il protagonista e i suoi musicisti. Tutto fuor che mere comparse, si rivelano dei veri comprimari.

È lo stesso Sting spesso a defilarsi anche fisicamente sul palco per lasciare spazio alla band con grande generosità. Ed è proprio questo il più grande merito del cantante. Con una scaletta quasi sempre identica (anche se lo show dell’Arena è stato uno dei più lunghi del tour con 22 canzoni) il rischio è quello di perdere quell’anima rock che in fondo sta alla base della musica di Sting. Dove sta allora la differenza tra questa serata e quella successiva o precedente, a parte magari un paio di canzoni diverse in scaletta? Il trucco sono gli scambi musicali, magari anche pensati e studiati, che sembrano veri e propri dialoghi improvvisati tra uno strumento e l’altro, e non banali assoli per mostrare la propria maestria. Quando mai è possibile sentire un concerto rock che esplora generi tanto diversi e nell’arco di pochi minuti diventa pop, poi soul, poi reggae e poi esce da ogni schema e si addentra nel territorio del jazz? Ogni tanto pare di essere in un piccolo club di Manhattan e l’Arena, pur nelle sue dimensioni, agevola questa sensazione con il suo raccoglimento.

Tutto questo insieme di suoni si incastra perfettamente e consente una rielaborazione delle canzoni senza quello stravolgimento tipico di alcuni artisti (Bob Dylan su tutti) che tanto hanno generato incomprensioni con il pubblico. Sting non reinterpreta senza cambiare. E la chiave di tutto è la (quasi) jam session assolutamente strepitosa sulle note di Love Is Stronger Than Justice che fa da unione tra De Do Do Do, De Da Da Da e una Roxanne cantata da tutto il pubblico in piedi. Da qui in poi iniziano i bis e nessuno si siederà più. Si parte con una bellissima Desert Rose, seguita da King of Pain e Every Breath You Take. Su questa canzone si palesano contemporaneamente il più grande pregio e il più grande difetto dell’Arena. Manca quella sensazione di canto corale che in luoghi più affollati sovrasterebbe la voce del cantante, di contro però il palco è troppo distante dal pubblico e l’empatia un po’ ne perde. Ma si tratta davvero di trovare il pelo nell’uovo, perché intanto è inizia Next To You. Sting esce e rientra di nuovo. La fine del live è con Fragile, l’unico brano sul quale suona la chitarra. E come la suona. Si chiude così un concerto forse non lunghissimo (circa due ore), ma di una qualità e di un’intensità uniche. Lunga vita alle “vecchie” leve.

Altri articoli su questo concerto

Commenti

Commenti

Condivisioni